Strategia nazionale per Rom e Sinti: cosa emerge dal monitoraggio della società civile
Il Rapporto di monitoraggio della società civile sulla Strategia nazionale per l’uguaglianza, l’inclusione e la partecipazione di Rom e Sinti mette in luce il divario tra obiettivi dichiarati e attuazione concreta. A fronte di una Strategia priva di forza vincolante e ancora senza un Piano d’Azione, emergono criticità sull’uso dei fondi, sulla partecipazione delle comunità coinvolte e sull’effettivo superamento dei campi. Non mancano alcuni segnali di cambiamento, come la riduzione degli sgomberi forzati, ma su casa, scuola, salute e lavoro l’inclusione resta fragile e disomogenea, spesso affidata a scelte politiche locali più che a garanzie strutturali.
Da lungo tempo l’Italia convive con l’etichetta scomoda di “paese dei campi”, avendo una storia di gestione della presenza delle comunità Rom e Sinte sul territorio fatta quasi esclusivamente attraverso la lente distorta dell’emergenza e della sicurezza e imperniata sul pregiudizio della “cultura nomade”. È proprio per chiudere questa pagina di storia e aprirne una nuova, fondata finalmente sui diritti, che nel maggio 2022 ha visto la luce la Strategia Nazionale per l’uguaglianza, l’inclusione e la partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030, richiesta anche dall’Unione Europea per allineare il nostro Paese agli standard comunitari. L’obiettivo di questo documento è ambizioso: trasformare l’approccio dello Stato da una gestione fatta di sgomberi e soluzioni temporanee a una pianificazione strutturale che garantisca casa, lavoro, scuola e salute. È lo strumento necessario per smantellare quel sistema abitativo segregante che per decenni ha isolato migliaia di persone nelle periferie delle nostre città, ed è la condizione essenziale per riconoscere e combattere l’antiziganismo, quel razzismo specifico che spesso rende invisibili queste comunità. Inoltre, dotarsi di questa Strategia è la “chiave” che permette all’Italia di sbloccare l’accesso ai fondi strutturali europei, risorse preziose destinate proprio alla coesione sociale. La realtà normativa italiana, però, rende questo percorso accidentato. La Strategia è nata come un atto di “soft law”, un documento di indirizzo privo di quella forza vincolante che obbligherebbe le amministrazioni locali ad attuarla senza esitazioni. In questo contesto ibrido, dove l’indirizzo politico c’è ma l’obbligo di legge sfuma, diventa fondamentale l’azione di monitoraggio della Strategia stessa, svolta da parte della società civile. Il rischio, altrimenti, è che le promesse di inclusione restino inchiostro su carta. È da questa spinta che nasce il “Rapporto di monitoraggio della società civile sull’attuazione del quadro strategico nazionale per l’uguaglianza, l’inclusione e la partecipazione dei Rom in Italia”, redatto dall’Associazione 21 Luglio e da Consorzio Nova.
Una “Strategia fantasma”: fondi record e decisioni calate dall’alto
Se sulla carta gli obiettivi sono chiari, è “nella sala macchine” dell’attuazione che il rapporto individua i guasti più gravi, descrivendo un meccanismo che rischia di girare a vuoto per tre ragioni strutturali.
Il primo nodo è politico e riguarda la natura stessa del documento, definita quasi una “strategia fantasma”. Sebbene sia stata adottata nel 2022, infatti, la Strategia non è mai stata ratificata dal Consiglio dei Ministri né dal Parlamento, rimanendo un semplice atto amministrativo, privo di quella forza vincolante necessaria per obbligare le istituzioni a muoversi. A questo peccato originale si somma un ritardo operativo, cisto che a oltre due anni dal lancio, manca ancora un Piano d’Azione dettagliato che spieghi chi deve fare cosa e quando.
Il secondo nodo riguarda il paradosso dell’uso dei fondi europei. Mai come in questo ciclo di programmazione (2021-2027) sono state disponibili risorse così ingenti: circa 20 milioni di euro gestiti dall’UNAR e altri 40 milioni dal Ministero del Lavoro per l’inclusione scolastica. Tuttavia, il rapporto solleva dubbi pesanti sull’efficienza e la trasparenza di questa spesa. Emblematico è il caso del nuovo progetto per l’inclusione scolastica: 40 milioni di euro stanziati per raggiungere appena 3.160 alunni, una sproporzione allarmante. A questo si aggiunge l’opacità sui risultati passati.
Infine, c’è il tema della voce inascoltata delle comunità rom e sinti. Nonostante la Strategia predichi la partecipazione, la realtà che emerge dal monitoraggio è quella di un approccio paternalistico, con decisioni prese “dall’alto” senza un reale coinvolgimento dei diretti interessati. Le comunità Rom e le loro associazioni lamentano di essere state escluse dai tavoli dove si decidevano i fondi e dai Comitati di Sorveglianza che dovrebbero controllarne l’uso. Persino i bandi per selezionare esperti spesso contengono criteri che tagliano fuori i professionisti appartenenti alle comunità stesse, perpetuando l’idea di progetti fatti per i Rom, ma mai con i Rom.
La genesi dei ”campi rom” in Italia
Dalla casa al lavoro: la realtà dell’inclusione oltre i numeri
Scendendo dal piano strategico alla vita quotidiana, il rapporto restituisce la fotografia di un Paese a due velocità, dove a progressi storici si affiancano ritardi cronici. Il capitolo più significativo è senza dubbio quello dell’abitare. L’Italia sembra aver chiuso, almeno sulla carta, l’era delle ruspe. Nel biennio 2022-2023, infatti, il monitoraggio ha registrato zero sgomberi forzati, un crollo verticale rispetto ai 250 interventi censiti solo nel 2016. Merito della moratoria Covid ma soprattutto di una nuova consapevolezza di alcuni amministratori locali (come a Roma, Asti e Prato) che hanno avviato percorsi per il superamento degli insediamenti. Ms è una tregua fragile, come dimostra il blitz avvenuto nel campo di Guidonia nel dicembre 2024, che ha lasciato cento persone senza tetto e che suona come un campanello d’allarme su quanto i diritti siano ancora appesi alla discrezionalità politica locale piuttosto che a tutele strutturali. Inoltre, è bene sottolineare che la fine dell’emergenza non coincide con l’inizio dell’inclusione. Il sistema dei campi resiste e continua a segregare: in Italia ci sono ancora 85 insediamenti monoetnici, tra formali e informali, dove vivono circa 9.473 persone. Complessivamente, quindi, sono quasi 10.000 i Rom e Sinti che restano intrappolati in una precarietà abitativa grave, spesso in periferie prive di servizi.
Se sull’abitare la situazione è in stallo, sui fronti dell’istruzione e della salute emergono le contraddizioni più stridenti tra investimenti e realtà. Per la scuola, come già anticipato, sono stati stanziati 40 milioni di euro (fondi FSE+), una cifra imponente che però, secondo i piani attuali, raggiungerà appena 3.160 alunni. Una sproporzione che solleva interrogativi sull’efficienza della spesa, mentre mancano ancora dati certi sui tassi di abbandono scolastico. Ancora più allarmante è il quadro sanitario, dove la mancanza di prevenzione è la norma: un’indagine citata nel report svela che il 60% delle donne Rom non ha mai effettuato un Pap test e la metà non ha mai fatto una mammografia.
Infine, il grande assente: il lavoro. Mentre si discute di formazione, i pregiudizi continuano a chiudere le porte in faccia a chi cerca un impiego. L’antiziganismo non è un’opinione, ma un ostacolo misurabile: un sondaggio del 2023 rivela che il 57% degli italiani percepisce ancora Rom e Sinti come una minaccia sociale. Un clima d’odio che rende vani molti sforzi e su cui i progetti sperimentali, come il programma “Acceder-e” conclusosi nel 2023, non sembrano aver inciso a fondo, lasciando peraltro i loro risultati avvolti nell’opacità per la mancata pubblicazione dei dati finali.
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