Tra abbandono istituzionale e solidarietà: uno studio fa luce sulla realtà degli insediamenti Rom a Napoli
Uno studio pubblicato su Habitat International analizza la condizione degli insediamenti rom nell’area metropolitana di Napoli, mostrando come l’abbandono istituzionale conviva con reti di solidarietà comunitaria. La ricerca evidenzia il “radicamento conflittuale” delle comunità, strette tra marginalità urbana, governance discontinua e gravi rischi ambientali. I risultati indicano l’urgenza di superare il sistema dei campi e adottare politiche abitative inclusive e strutturali.
Negli ultimi dieci anni, le politiche abitative in Italia hanno iniziato a prendere le distanze dalla logica segregante del “sistema dei campi”, orientandosi verso percorsi di inclusione e autonomia. Eppure, la transizione è tutt’altro che completata. La regione metropolitana di Napoli rappresenta un caso emblematico e critico: qui, le promesse di desegregazione si scontrano quotidianamente con un profondo abbandono infrastrutturale e una cronica immobilità politica. Ma cosa significa, concretamente, vivere oggi in uno di questi insediamenti? E di chi sono le responsabilità? Per rispondere a queste domande, l’Associazione 21 luglio, in collaborazione con Sciences Po (Parigi), ha condotto una vasta ricerca sul campo. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Habitat International e basato su mesi di osservazione e 62 interviste in cinque insediamenti del napoletano, porta alla luce una realtà complessa, fatta di estrema deprivazione ma anche di una straordinaria resilienza comunitaria.
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Il paradosso del “radicamento conflittuale”
Spesso si pensa alle comunità Rom in emergenza abitativa come a gruppi isolati e passivi. La ricerca in oggetto, invece, dimostra l’esatto contrario. Per descrivere questa realtà, lo studio introduce il concetto di “radicamento conflittuale”. Significa che queste comunità sono profondamente radicate nel tessuto urbano attraverso reti di mutuo soccorso e lavoro informale, ma questo loro inserimento è costantemente ostacolato e in conflitto con le istituzioni. Le persone non subiscono passivamente la marginalità, ma si organizzano per sopravvivere a un sistema che le esclude.
Questa dinamica si sviluppa su tre livelli fondamentali.
- La forza della rete (livello micro). Di fronte alla mancanza di servizi essenziali (acqua, luce, assistenza sanitaria), la solidarietà familiare e di vicinato diventa l’unica rete di salvataggio.
- La fatica di chi media (livello intermedio). Le associazioni e le ONG sul territorio agiscono da ponte vitale tra le famiglie e un’amministrazione pubblica spesso frammentata. Tuttavia, il lavoro del terzo settore è costantemente limitato da fondi precari, burocrazia ostile e dall’assenza di un reale supporto politico a lungo termine.
- Il fallimento delle istituzioni (livello macro). È qui che emerge il problema più grave, definito nello studio come “discontinuità della governance”. Le istituzioni non sono del tutto assenti, ma intervengono in modo arbitrario ed emergenziale. Le politiche oscillano tra lo sgombero forzato, promesse non mantenute e l’inerzia più totale, senza mai affrontare le cause strutturali della povertà.
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Vivere ai margini, tra degrado e razzismo ambientale
I dati raccolti sul campo restituiscono un quadro allarmante. Negli insediamenti analizzati (tra cui Scampia, Secondigliano, Giugliano e Casoria), l’esclusione sociale si somma a gravi rischi per la salute. Un caso limite è rappresentato dalla baraccopoli di Via Carrafiello a Giugliano, dove vivono quasi 400 persone, di cui almeno la metà minori. Qui, le famiglie sono esposte a gravissimi rischi ambientali a causa di terreni contaminati da idrocarburi e metalli pesanti, e l’insediamento è privo di energia elettrica dal febbraio 2024, in seguito a un tragico incidente. Di fronte a una situazione del genere non è più possibile parlare genericamente di degrado ma si tratta di razzismo ambientale e istituzionale.
Oltre l’emergenza: un cambio di rotta necessario
Il “sistema dei campi” si conferma un fallimento sistemico: un modello di segregazione costoso e disumano mascherato da accoglienza temporanea. La nostra ricerca dimostra che la marginalità etnicizzata non è un incidente di percorso, ma il risultato di pratiche di governance che istituzionalizzano l’esclusione.
Per superare questa situazione non bastano interventi tampone o sgomberi che spostano semplicemente il “problema” qualche chilometro più in là. Serve una presa di responsabilità politica coerente, che riconosca i diritti fondamentali di cittadinanza, offra alternative abitative reali e smetta di trattare queste comunità come una minaccia all’ordine pubblico.
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