Il paese dei campi

Il paese dei campi

Secondo la felice definizione coniata nel 2000 dall’European Roma Rights Centre, l’Italia, nel panorama europeo, può essere definita il “Paese dei campi” perché quella impegnata, più degli altri, nella progettazione e nella gestione di ghetti etnici riservati a cittadini identificati come rom o sinti.

Il nostro Paese non dispone di strumenti per conoscere il numero delle persone rom e sinte residenti sul territorio. È invece possibile ricavare, grazie al lungo lavoro di monitoraggio promosso da Associazione 21 luglio, quello di quanti vivono nelle 122 aree, all’aperto o al chiuso, storicamente riconosciute e, in molti casi, organizzate dalle istituzioni su base etnica, perché abitate da famiglie identificate come rom o sinte.

Nella mappa che segue sono inclusi, in apposite sezioni, i 21 insediamenti in superamento e i 26 chiusi dal 2018 al oggi. Sono invece esclusi: gli insediamenti informali abitati transitoriamente da circa 5.500 rom; le microaree pubbliche presenti nella Regione Emilia-Romagna dove risultano residenti un migliaio di sinti; le occupazioni di immobili misti e monoetnici.

Domande frequenti

In lingua romanes la parola “rom” significa “uomo”. In Italia, le comunità riconducibili all’“universo rom e sinto” sono la risultante della stratificazione di diversi flussi migratori che hanno interessato il Paese a partire dal XV secolo. Nel nostro Paese si individuano 22 comunità ascrivibili a differenti momenti migratori, con diverse storie, tradizioni, dialetti.

L’Italia non è dotata di strumenti per identificare e censire i soggetti rom e sinti. Le stime ufficiali attualmente disponibili, anche se prive di fonti di supporto, parlano di circa 180.000 persone. Per quanto riguarda i soli individui residenti in insediamenti monoetnici organizzati dalle istituzioni, come riportato su questo sito, risulta una presenza di circa 13.400 individui. Ciò significherebbe che in Italia solo 1 rom/sinto su 13 vivrebbe in insediamenti monoetnici!

La stragrande maggioranza di rom e dei sinti vive in abitazioni convenzionali. Solo 13.400, erroneamente considerati come “nomadi”, vivono da decenni all’interno di spazi istituzionali concepiti su base etnica: campi rom/sinti, centri di raccolta, aree residenziali monoetniche. Circa 5500 in insediamenti informali.

La maggioranza dei campi rom/sinti come oggi li conosciamo, nascono a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, quando alcune Regioni italiane adottano leggi che portano all’istituzione del “sistema campi” come soluzione temporanea al crescente numero di rom in fuga dalla crisi balcanica culminata nel successivo conflitto. Tali spazi all’aperto finiranno presto per diventare dei “camping etnici” sparsi su tutto il territorio nazionale.

I campi rom/sinti nascono come luoghi di “tutela culturale”, a causa dell’equivoco secondo cui rom e sinti sarebbero detentori di una tradizione fondata sul nomadismo, con il conseguente rifiuto di vivere in abitazioni convenzionali. In realtà l’assioma “rom/nomade”, anche se fatto proprio dall’immaginario collettivo, appare oggi totalmente infondato.

La genesi dei campi rom

Anni 70

A partire dagli anni Settanta – quando già nelle periferie delle città del Nord si registravano piccoli accampamenti di comunità sinte e di rom istriani e nel Sud, in prossimità delle fiumare, insediamenti di rom italiani di antico insediamento – si osservò il primo flusso di rom provenienti dall’ex Jugoslavia che negli anni successivi si andrà intensificando raggiungendo il numero di circa 45.000 persone.

Anni 80

Dal 1985 diverse Regioni italiane, al fine di governare il fenomeno, promossero azioni legislative volte a “salvaguardare il patrimonio culturale e l’identità rom”, raccomandando e finanziando la costruzione di “riserve etniche” denominate impropriamente “campi nomadi”.

Anni 90

Ad inizio degli anni Novanta si registrò la nascita del campo di Masini, in provincia di Firenze; del campo san Ranieri, a Messina; dell’insediamento di Salviati, inaugurato a Roma dalla Giunta guidata da Francesco Rutelli. Lo stesso accade a Milano, Torino, Napoli, Treviso e Brescia.

Anni 2000

Negli anni 2000, con l’ingresso della Romania e della Bulgaria nell’Unione Europea, anche alle famiglie rom rumene, già in fuga dalle persecuzioni del dopo Ceausescu, vennero aperte le porte dei “campi nomadi”. Per i rom italiani di antico insediamento, invece, si andarono realizzando nel Sud Italia quartieri di edilizia residenziali pubblica riservati secondo un preciso criterio etnico.

  • Anni 70

    A partire dagli anni Settanta – quando già nelle periferie delle città del Nord si registravano piccoli accampamenti di comunità sinte e di rom istriani e nel Sud, in prossimità delle fiumare, insediamenti di rom italiani di antico insediamento – si osservò il primo flusso di rom provenienti dall’ex Jugoslavia che negli anni successivi si andrà intensificando raggiungendo il numero di circa 45.000 persone.

  • Anni 80

    Dal 1985 diverse Regioni italiane, al fine di governare il fenomeno, promossero azioni legislative volte a “salvaguardare il patrimonio culturale e l’identità rom”, raccomandando e finanziando la costruzione di “riserve etniche” denominate impropriamente “campi nomadi”.

  • Anni 90

    Ad inizio degli anni Novanta si registrò la nascita del campo di Masini, in provincia di Firenze; del campo san Ranieri, a Messina; dell’insediamento di Salviati, inaugurato a Roma dalla Giunta guidata da Francesco Rutelli. Lo stesso accade a Milano, Torino, Napoli, Treviso e Brescia.

  • Anni 2000

    Negli anni 2000, con l’ingresso della Romania e della Bulgaria nell’Unione Europea, anche alle famiglie rom rumene, già in fuga dalle persecuzioni del dopo Ceausescu, vennero aperte le porte dei “campi nomadi”. Per i rom italiani di antico insediamento, invece, si andarono realizzando nel Sud Italia quartieri di edilizia residenziali pubblica riservati secondo un preciso criterio etnico.

Il superamento

Le esperienze analizzate in recenti studi, ci dicono anzitutto che per superare un insediamento monoetnico non servono approcci speciali – declinati su base etnica – né tantomeno uffici dedicati. Risultano piuttosto fondamentali interventi ordinari di politica sociale, opportunamente calibrati nel contesto in cui si va a lavorare, che mirino a sviluppare percorsi inclusivi individualizzati e strutturati sulle esigenze dei singoli nuclei familiari.

Associazione 21 luglio, alla luce delle analisi, delle ricerche e delle esperienze sul campo condotte negli ultimi anni, offre sostegno, formazione e consulenza alle Amministrazioni locali che intendono avvalersi del nostro supporto. Contattaci per conoscere il nostro lavoro.

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    News

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    Chi siamo

    Associazione 21 luglio (www.21luglio.org) è un’organizzazione indipendente che da anni lavora nell’ambito delle periferie estreme con uno specifico focus indirizzato alle comunità rom e sinte e alle politiche a loro rivolte. Con il progetto “Ilpaesedeicampi”, nel quale è raccolto il lavoro decennale di mappatura e ricerca dell’Associazione, si intende offrire uno strumento utile e costantemente aggiornato indirizzato a decisori pubblici, rappresentanti politici, insegnanti, ricercatori, giornalisti, attivisti.

    Carlo Stasolla
    Coordinatore
    Roberta Giordani
    Monitor
    Maria Teresa Benanchi
    Monitor
    Federico Recchia
    Addetto alla comunicazione
    • Carlo Stasolla
      Coordinatore
    • Roberta Giordani
      Monitor
    • Maria Teresa Benanchi
      Monitor
    • Federico Recchia
      Addetto alla comunicazione