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All’origine della parola zingaro, etimologia di un dispregiativo

Per molti anni, l’uso corrente del termine zingaro (che significa letteralmente “invisibile”) per indicare persone rom e sinte è stato tollerato, nonostante mescolasse un’accezione romantica (legata all’idea di una vita libera e indipendente) con una chiaramente discriminatoria. Oggi, non è più così, al punto che insultare qualcuno dicendogli “sei uno zingaro” può costituire un reato. È quindi necessario ripensare il linguaggio in chiave inclusiva.

Nel 2025, quando sfiorò la vittoria al Festival di Sanremo, molti si accorsero del talento di Lucio Corsi e andarono a spulciarne la discografia. Fu così che venne alla luce Altalena Boy, canzone contenuta nel suo primo album, in cui un bambino scompare misteriosamente dopo essere stato su un’altalena e in paese c’è chi dice che “l’hanno preso gli zingari”. La polemica montò rapidamente, perché il riferimento è abbastanza chiaro a uno dei pregiudizio più diffusi sui rom, ovvero quelli di “rubare i bambini”. In più, c’è un uso disinvolto del termine “zingaro”, considerato ormai da tutti un dispregiativo. È innegabile, però, che, al di là di Corsi, la discografia italiana, soprattutto se un po’ datata, è piena di citazioni degli zingari, con annessi stereotipi. Dalla zingara che legge la mano di Iva Zanicchi (zingari e cartomanzia è un altro binomio molto diffuso), allo zingaro felice di Alex Britti; dagli zingari che guardano il mare in un semisconosciuto brano di Enzo Jannacci, al cuore zingaresco di Nicola Di Bari. Tutti riferimenti che si muovono dentro i codici di un’iconografia gitana, in cui rom e sinti sono allo stesso tempo simbolo di libertà ma anche di una vita fatta di espedienti. Nel tempo, però, l’uso della parola zingaro per definire le popolazioni romanì ha perso molti dei suoi connotati romantici per piegarsi sono ad una logica discriminatoria. E così è scemato anche il suo successo nella cultura popolare. Oggi zingaro è percepito dagli stessi destinatari della definizione come un insulto e non più accettato, anche se ancora molto utilizzato. Ma qual è l’è la sua origine e perché si è compiuta questa parabola?

Cosa vuol dire zingaro?

Partiamo da qui: cosa significa, davvero, la parola zingaro? La risposta ci porta lontano dalle giostre e dai violini, molto più indietro nel tempo. Il termine deriva dal greco bizantino athínganoi, poi atsínganoi: il nome di una setta di ispirazione manichea nata in Frigia, in Asia Minore, i cui membri erano noti come indovini e incantatori, tanto sospetti agli occhi della Chiesa da meritarsi un appellativo che significa letteralmente “intoccabili”. Quando, nel XII secolo, le prime comunità romaní arrivarono nell’Impero Bizantino provenendo dall’Asia Minore, quel nome gli si appiccicò addosso: bastava un’aria di mistero, la pratica della cartomanzia, uno stile di vita che sfuggiva alle regole della società sedentaria, perché la memoria collettiva confondesse i nuovi arrivati con la setta di secoli prima. Da lì la parola si è diffusa in tutta Europa, con esiti diversi a seconda della lingua. È diventata zigeuner in tedesco e tsigane in francese. Altrove, invece, ha prevalso il filone “egiziano”, quello che in inglese ha dato vita al termine gypsy. Un dettaglio, questo, che dice già molto: zingaro non nasce come parola neutra a cui il tempo ha aggiunto un significato negativo. Nasce già marcata dal sospetto, prima ancora etnico che religioso. E sarà così per tutto il medioevo e la prima età moderna, secoli durante i quali gli zingari furono accusati anche di stregoneria e di essere creature diaboliche.

Gli zingari nella cultura europea

Se la parola nasce già segnata dal sospetto, la figura dello zingaro percorre poi secoli di arte europea con un doppio registro, fascino e minaccia insieme. Gli esordi letterari si fanno risalire a Cervantes, che nel 1613 pubblica La Gitanilla, la storia di Preciosa, gitana di quindici anni di cui si innamora un nobile disposto a farsi zingaro pur di sposarla. Lo scrittore spagnolo crea un archetipo capace di ispirare novelle, romanzi, opere liriche e grandi capolavori pittorici per i secoli successivi. È il Romanticismo ottocentesco, però, a consacrare davvero il mito: Byron e Hugo riempiono le loro opere di eroi dannati, pirati, banditi, “ultimi della società”, e naturalmente zingari. Il caso più celebre è Esmeralda, la danzatrice gitana di Notre-Dame de Paris (1831). Vive nella misteriosa Corte dei Miracoli insieme a Clopin, “re degli zingari”, ed è al centro delle ossessioni dell’arcidiacono Frollo, che pur disprezzando il suo popolo se ne innamora perdutamente fino a condannarla a morte per stregoneria quando lei lo rifiuta. Pochi anni dopo Verdi porta sulle scene Il Trovatore, con la vecchia ed emarginata Azucena, presa in prestito dal dramma romantico spagnolo di García Gutiérrez. Anche Caravaggio, nel Seicento, aveva già dipinto La buona ventura, con una giovane zingara che legge la mano a un elegante gentiluomo: un gioco di sguardi ambiguo, letto a lungo come un innamoramento ma anche come un raggiro (la donna sta rubando l’anello all’uomo). È dentro questa stessa cornice (libertà e sospetto, seduzione e pericolo) che arriva, nel 1875, Carmen di Bizet. “L’amore è uno zingaro che non conosce legge”, canta la protagonista nel primo atto, una sigaraia sensuale che trascina un soldato alla diserzione e finisce pugnalata dal suo stesso amante. Lo stesso archetipo attraversa poi la pittura romantica, da Bruegel a Picasso.

Lo zingaro come problema sociale

Ed è così che si arriva al ‘900. Se fin qui la parola ha viaggiato dentro un’ambivalenza fatta di sospetto e fascino, è nel ventesimo secolo che questo equilibrio si rompe definitivamente. La cesura più netta è il Porrajmos, lo sterminio nazifascista di rom e sinti: l’11 settembre 1940 il capo della polizia italiana Arturo Bocchini ordina ai prefetti del Regno di internare in appositi campi di concentramento le famiglie riconosciute come “zingari”, parlando esplicitamente di combattere la “piaga zingara”. In Italia sorgono cinque campi di concentramento dedicati, i principali a Boiano, Agnone e Tossicia, e da lì molti prigionieri finiscono deportati nei lager del Terzo Reich. È il punto in cui il termine diventa ufficialmente una categoria amministrativa che giustifica una persecuzione. E il lessico non se ne libera più: la parola resta agganciata alla cronaca nera anche decenni dopo, come mostrano gli studi sul discorso mediatico italiano, che hanno rilevato come “zingaro” continui a comparire nei titoli di cronaca in stretta associazione con reati e allarme sociale.

“Sei uno zingaro”, un insulto che può configurare un reato

Tutto questo portato negativo giustifica l’attuale avversione per l’uso del termine, ormai connotato chiaramente come dispregiativo e anche sanzionato a norma di legge, se usato come insulto. Infatti, dire zingaro a una persona faccia a faccia, o in una conversazione privata, configura ingiuria, cioè un illecito civile, punito con una sanzione pecuniaria. Cambia tutto, invece, se l’offesa viene detta ad altri, in assenza dell’interessato: un commento sui social, un post, un messaggio in un gruppo. Lì scatta la diffamazione, quindi un reato penale vero e proprio, punita dall’articolo 595 del Codice penale con la reclusione fino a un anno o con una multa fino a 1.032 euro. In entrambi i casi, se emerge che l’offesa nasce da disprezzo per l’etnia della persona e non da un semplice litigio, scatta l’aggravante di odio razziale prevista dalla legge Mancino, che inasprisce le conseguenze.

Praticare un linguaggio non discriminatorio: cosa usare al posto di “zingaro”?

Nella conversazione comune, però, la parola “zingaro” sopravvive, anche se con una logica prevalentemente diversa: non tanto per intenzione ostile, quanto per abitudine linguistica ereditata. Modi di dire come “vita da zingaro” o “zingarata” restano di uso corrente, spogliati in apparenza di ogni riferimento etnico, quasi fossero parole neutre di uso comune. Sicuramente, la maggior parte di coloro che utilizzano il termine “zingaro” lo fa senza un intento esplicito di offesa, ma ciò non toglie che quel termine continua a portarsi dietro pregiudizi e stereotipi. Utilizzare un linguaggio inclusivo non è quindi un esercizio di stile ma una necessità, sia per chi scrive di mestiere sia le conversazioni della vita comune.

La prima condizione, però, è ufficialmente regolamentata. Giornalisti e comunicatori, infatti, hanno un codice a cui fare riferimento, ed è la Carta di Roma, che nasce proprio per questo. Si tratta di un documento che cristallizza un impegno deontologico che vincola chi lavora nell’informazione a scegliere gli autonimi, cioè i termini che le persone di queste minoranze usano per definirsi da sole (rom, sinti, eccetera), a seconda del gruppo di appartenenza. Ovviamente, non sono sinonimi intercambiabili, visto che rom e sinti sono due popolazioni distinte, con storie migratorie e culture diverse. Per un ulteriore distinzione, poi, si può aggiungere la nazionalità specifica quando è pertinente, dato che, ad esempio, esistono rom rumeni, italiani, bosniaci, ungheresi. Anche il termine “nomadi”, che per decenni è stato usato come alternativa presuntamente più rispettosa, è a sua volta sbagliato, perché nasce nell’Ottocento non tanto per descrivere uno stile di vita quanto con intento discriminatorio, ed è oltretutto impreciso, perché la maggioranza dei rom e dei sinti in Italia è sedentaria da generazioni. Al di là che siano state pensate per i giornalisti, però, le stesse accortezze sono valide in qualsiasi altro contesto anche per chi non opera nella comunicazione.

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