Rapporto ECRI 2025: l’allarme hate speech e l’antiziganismo in Europa
Il Rapporto Annuale ECRI 2025 della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza traccia un quadro allarmante sulla diffusione dell’hate speech e delle discriminazioni in Europa. L’analisi evidenzia una crescente banalizzazione del discorso d’odio sia online sia offline, che colpisce in modo sistematico minoranze religiose, persone LGBTI, migranti e, in particolare, le comunità rom. Nel report emerge come una forma specifica di razzismo alimentata da stereotipi negativi, disinformazione politica e una diffusa assenza di volontà politica nel promuovere reali strategie nazionali di inclusione e pari opportunità.
Ogni anno, in Europa, migliaia di persone subiscono insulti, minacce e discriminazioni per la loro origine, la loro nazionalità, la loro religione, il loro orientamento sessuale. Nel 2025 questo fenomeno ha raggiunto livelli che lo stesso organismo europeo incaricato di monitorarlo definisce allarmanti: l’ECRI, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, segnala una crescente banalizzazione dell’hate speech razzista e anti-LGBTI in molti paesi del continente, online e offline. Tra i gruppi più colpiti, il rapporto annuale dell’ECRI indica esplicitamente anche i rom, spesso descritti nel discorso pubblico come una minaccia alla sicurezza o alla salute pubblica.
ECRI e il suo rapporto annuale: di cosa stiamo parlando
L’ECRI (European Commission against Racism and Intolerance) è l’organismo del Consiglio d’Europa incaricato di monitorare, in tutti i 46 Stati membri, l’azione dei governi contro il razzismo, l’intolleranza e le discriminazioni legate a “razza”, colore della pelle, lingua, religione, cittadinanza, origine nazionale o etnica, orientamento sessuale, identità di genere e caratteristiche sessuali. Nata nel 1993 su decisione del primo Summit dei Capi di Stato e di Governo del Consiglio d’Europa, è operativa dal 1994 e nel 2002 ha ricevuto uno statuto autonomo che ne ha consolidato il ruolo di meccanismo indipendente di monitoraggio dei diritti umani. Ne fanno parte 46 membri, uno per ciascuno Stato, scelti per la loro competenza ed esperienza sui temi del razzismo e dell’intolleranza: siedono a titolo individuale, in piena indipendenza, senza ricevere istruzioni dai rispettivi governi. Il lavoro dell’ECRI si articola su tre fronti statutari:
- monitoraggio, realizzato paese per paese, con rapporti periodici su ciascuno Stato membro, elaborati dopo visite sul campo e un dialogo confidenziale con le autorità nazionali, che contengono raccomandazioni concrete per contrastare razzismo e intolleranza;
- raccomandazioni di policy generale, cioè delle linee guida rivolte a tutti i governi su temi specifici (dall’hate speech alla discriminazione contro rom e sinti, dalla scuola alla sicurezza);
- rapporto con la società civile, attraverso tavole rotonde, seminari e cooperazione con gli organismi nazionali per le pari opportunità.
Il rapporto annuale è lo strumento con cui l’ECRI fa il punto sul proprio lavoro e, soprattutto, sul contesto in cui quel lavoro si svolge. Ogni edizione si apre con un’analisi delle principali tendenze osservate nel corso dell’anno nei diversi paesi europei, costruita sui dati raccolti durante le visite di monitoraggio: un termometro che segnala dove il razzismo e l’intolleranza si stanno spostando, radicando o trasformando, pur variando per natura ed estensione da paese a paese.
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Il Report ECRI 2025: uno sguardo sul fenomeno dell’hate speech
Nell’edizione 2025 del Rapporto, pubblicata il 28 maggio 2026, l’ECRI, ha scelto di dedicare l’analisi introduttiva interamente al tema dell’hate speech. Una decisione non casuale, perché coincide con l’avvio del settimo ciclo di monitoraggio, che ha tra i suoi temi prioritari proprio la prevenzione e il contrasto di hate speech e hate crime, insieme alla parità di trattamento nei settori dell’istruzione e della sanità. L’ECRI colloca questo lavoro in un quadro normativo già esistente, composto da tre pilastri:
- la Raccomandazione CM/Rec(2022)16 del Comitato dei Ministri;
- la Raccomandazione ECRI di politica generale n. 15 sulla lotta all’hate speech;
- la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Al contempo, però, l’ECRI segnala che tali strumenti non bastano a fermare un fenomeno che si sta radicando sempre più a fondo nel discorso pubblico europeo.
Nella sua analisi, la Commissione scompone il fenomeno dell’hate speech in sette ambiti distinti, ciascuno con le proprie dinamiche e le proprie criticità.
- Il discorso pubblico e la politica. Durante le campagne elettorali, l’hate speech colpisce in particolare cittadini stranieri (soprattutto migranti), persone LGBTI, rom e musulmani. Quando a usarlo sono politici e figure pubbliche, spesso attraverso disinformazione o stereotipi negativi, il rischio è duplice: banalizzare l’odio nel dibattito pubblico e alimentare tensioni sociali reali. L’ECRI segnala anche casi di vere e proprie campagne di disinformazione a sfondo politico, che si basano su dati distorti o decontestualizzati. Un fenomeno particolarmente visibile nei periodi elettorali.
- I contenuti online. La rapidità di diffusione sui social e sulle piattaforme di messaggistica, unita all’uso diffuso di profili anonimi e bot, rende l’hate speech online difficile da contrastare e da sanzionare. L’ECRI osserva pratiche positive nella cooperazione tra autorità e piattaforme per migliorare i sistemi di segnalazione, e un uso ancora limitato ma promettente di strumenti di intelligenza artificiale per individuare e moderare i contenuti d’odio. Tutto ciò, però, è destinato ad avere effetti positivi solo se accompagnato da un solido controllo umano e da trasparenza.
- I vuoti legislativi. In diversi Stati membri, la mancanza di una legislazione adeguata, che comprenda misure penali ma anche civili e amministrative, contribuisce a lasciare l’hate speech largamente impunito. Definizioni giuridiche chiare, sanzioni proporzionate e rimedi effettivi restano, per l’ECRI, elementi essenziali ancora mancanti in molti contesti.
- Le politiche nazionali. L’ECRI accoglie con favore l’esistenza, in molti paesi, di strategie nazionali contro l’hate speech, spesso inserite in piani più ampi contro il razzismo. Ma nota una disparità netta: alcuni gruppi ricevono risposte politiche solide, altri restano scoperti anche quando i dati ne segnalano un bisogno evidente. È qui che il rapporto individua esplicitamente rom e musulmani come i gruppi più spesso esclusi dalle misure dedicate.
- La sotto-denuncia alle forze dell’ordine. Una parte significativa dei casi di hate speech non arriva mai a conoscenza della polizia, per la scarsa fiducia che le persone appartenenti a gruppi a rischio ripongono nelle forze dell’ordine — talvolta per episodi di comportamento inadeguato o discriminatorio da parte degli stessi agenti. L’ECRI segnala però un trend positivo: la formazione di agenti specializzati dedicati a coordinare la risposta all’hate speech e all’hate crime.
- La sicurezza di chi si espone. Chi si schiera pubblicamente contro l’hate speech ( parlamentari, rappresentanti di organismi per le pari opportunità, attivisti, persino giudici) rischia a sua volta di diventarne bersaglio, fino a subire minacce di morte. L’effetto è spesso un silenziamento preventivo: la paura scoraggia chi lavora su questi temi dal continuare a farlo.
- I minori e la scuola. L’esposizione all’hate speech in giovane età, online e offline, rischia di banalizzare l’odio in una fase formativa cruciale. L’ECRI osserva che le scuole diventano spesso terreno di diffusione di narrazioni divisive e che gli insegnanti non sono sempre preparati a gestire queste situazioni. La raccomandazione è chiara: rafforzare l’educazione ai diritti umani e l’alfabetizzazione mediatica, non limitarsi a vietare la discussione.
Dimensioni e caratteristiche dell’antiziganismo
L’hate speech contro le persone di origini rom
All’interno del Rapporto ECRI 2025, viene ovviamente dedicato spazio anche ai rom, frequentemente bersaglio di hate speech. Anzi, nel quadro generale, la Commissione li indica esplicitamente come uno dei gruppi più bersagliati dal discorso d’odio, spesso rappresentati nel dibattito pubblico come una minaccia alla sicurezza o alla salute pubblica. Ma il dato più netto arriva quando si parla di politiche nazionali. Il Rapporto sottolinea infatti come in molti paesi non esistano strategie contro l’hate speech e il razzismo. In particolare, alcuni gruppi bersaglio di discorsi d’odio non beneficiano di risposte solide, anche quando i dati ufficiali lo renderebbero necessario. La ragione, secondo l’ECRI, è facile da individuare: difendere i rom non è politicamente vantaggioso. Non un’omissione tecnica, quindi, ma una scelta di calcolo politico. Ed è esattamente questo il meccanismo che rende l’antiziganismo diverso da altre forme di razzismo trattate nello stesso rapporto. A mancare non è il riconoscimento o la misurazione del fenomeno ma la volontà politica di metterlo in agenda per costruire soluzioni reali ed efficaci.
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Il Rapporto ECRI in pillole: le risposte alle domande più frequenti
Cos’è l’ECRI?
È la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, l’organismo del Consiglio d’Europa che monitora l’azione dei 46 Stati membri contro razzismo, intolleranza e discriminazioni legate a “razza”, colore della pelle, lingua, religione, cittadinanza, origine nazionale o etnica, orientamento sessuale, identità di genere e caratteristiche sessuali. Nata nel 1993, operativa dal 1994.
Cosa contiene il rapporto annuale?
Un’analisi delle principali tendenze in materia di razzismo e intolleranza osservate nell’anno di riferimento, seguita dal resoconto dettagliato delle attività svolte: rapporti paese, raccomandazioni, eventi, cooperazioni istituzionali.
Su cosa si concentra l’edizione 2025?
Sull’hate speech: la sua diffusione, i suoi meccanismi, le lacune nelle risposte istituzionali. È il tema scelto per l’analisi introduttiva di questa edizione, pubblicata il 28 maggio 2026.
Quali sono i gruppi più colpiti dall’hate speech secondo l’ECRI?
Persone bersagliate per origine etnica o nazionale, religione, cittadinanza, orientamento sessuale e identità di genere. Nello specifico: comunità ebraica e musulmana, persone transgender, persone di origine africana, rom, migranti.
Cosa dice il rapporto sui rom?
Li indica tra i gruppi più colpiti dal discorso d’odio, spesso rappresentati come minaccia alla sicurezza o alla salute pubblica. E segnala che, insieme ai musulmani, restano tra i gruppi più spesso esclusi dalle politiche nazionali dedicate contro l’hate speech, perché occuparsene non è considerato “politicamente o elettoralmente vantaggioso”.
Cosa raccomanda l’ECRI per contrastare l’hate speech?
Tra i punti principali: legislazione più completa (non solo penale), politiche nazionali costruite con la società civile e sostenute da fondi stabili, meccanismi di segnalazione più efficaci per i contenuti online, formazione delle forze dell’ordine, protezione di chi si espone pubblicamente contro l’odio, educazione ai diritti umani nelle scuole.
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Fonti
- European Commission against Racism and Intolerance (ECRI), Annual Report on ECRI’s Activities covering the period from 1 January to 31 December 2025, Consiglio d’Europa, CRI(2026)12, Strasburgo, pubblicato il 28 maggio 2026.
- ECRI General Policy Recommendation No. 13: Combating antigypsyism and discrimination against Roma, Strasburgo, 1 dicembre 2020.
- ECRI General Policy Recommendation No. 15: Combating hate speech, Strasburgo, 8 dicembre 2015.
- Recommendation CM/Rec(2022)16 of the Committee of Ministers to member States on combating hate speech.
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