Antiziganismo, cos’è e come si è sviluppato uno dei pregiudizi più antichi e radicati
Definito dalle istituzioni internazionali come una forma di razzismo strutturale e disumanizzante, l’antiziganismo affonda le sue radici in secoli di svalutazione culturale e persecuzioni, culminate nel dramma del Porrajmos sotto il regime fascista. Oggi il fenomeno si manifesta attraverso l’etnicizzazione della cronaca nei media, il linciaggio digitale sui social e una “cittadinanza imperfetta”. Per contrastarlo, l’Italia deve colmare profondi vuoti normativi, a partire dal mancato riconoscimento come minoranza linguistica e dall’assenza di un reato specifico nel codice penale.
Ogni mese, in Italia, migliaia di persone si siedono davanti a uno schermo e digitano su Google la parola “zingari”. Questo gesto, apparentemente banale, si ripete oltre 20mila volte nel breve arco di trenta giorni. C’è chi poi si spinge ancora più a fondo nell’algoritmo, chiedendo al motore di ricerca risposte a query precise come “zingari e rame”, “zingari che rubano i bambini” o “perché gli zingari rubano”. Si tratta di centinaia di ricerche ricorrenti che, aggregate insieme, compongono una fotografia impietosa, perché rivelano un retropensiero evidente e radicato: il pregiudizio sistematico secondo cui rom e sinti sarebbero una “razza” di delinquenti. Quelle parole digitate nella solitudine della barra di ricerca, quindi, non sono semplici curiosità, ma la spia digitale di un sentimento collettivo purtroppo diffuso e profondo. Sono la manifestazione quotidiana, e spesso inconscia, dell’avversione, della discriminazione e del vero e proprio odio contro queste minoranze. Un fenomeno che non è emergenziale, ma strutturale, e che ha un nome preciso: antiziganismo. Ma che cosa si intende esattamente, da un punto di vista storico e giuridico, con questo termine? Per comprenderne la portata, è necessario andare oltre lo schermo e analizzarne la definizione tecnica.
Cosa significa antiziganismo?
Per comprendere davvero l’antiziganismo, è necessario guardarlo “in faccia” per ciò che è: non una semplice “antipatia” o un’intolleranza passeggera, ma un sistema culturale strutturato e profondo. Si tratta di una lente deformante costruita nei secoli dalla società maggioritaria, che ha radicato nel senso comune l’immagine dello “zingaro” come l’alterità assoluta, il perennemente straniero, l’irrimediabilmente diverso e pericoloso. Questo dispositivo sociale non colpisce le persone per ciò che fanno, ma per ciò che si presume che siano, e si alimenta di meccanismi precisi che condizionano la vita quotidiana delle comunità rom e sinte:
- razzializzazione e essenzializzazione: i comportamenti di singoli individui vengono trasformati arbitrariamente in “tratti culturali” o attitudini innate dell’intero gruppo (è quello che è accaduto anche per giustificare la loro segregazione in campi “nomadi”, in virtù di una loro presunta cultura nomade);
- etnicizzazione della cronaca: quando un reato coinvolge una persona rom o sinta, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si sposta immediatamente dalla responsabilità individuale all’appartenenza etnica, producendo una colpevolizzazione collettiva automatica;
- il paradosso dell’invisibilità: rom e sinti in Italia vivono una condizione profondamente schizofrenica, perché da un lato subiscono una iper-visibilità negativa quando vengono usati come capri espiatori per canalizzare le ansie sociali o la propaganda politica, dall’altro rimangono del tutto invisibili nella loro reale complessità umana, storica, lavorativa e artistica.
L’antiziganismo è, in ultima analisi, una forma di disumanizzazione sociale che priva i soggetti discriminati della facoltà più importante di un popolo, cioè il potere di autorappresentarsi, costringendoli a vivere in una condizione di “cittadinanza imperfetta” dove l’unica via per evitare il pregiudizio è spesso la ricerca dell’invisibilità.
L’antiziganismo nella storia: un pregiudizio dalle radici secolari
Per comprendere la violenza dell’antiziganismo contemporaneo, è necessario allargare lo sguardo oltre i confini italiani e adottare una prospettiva europea. La discriminazione verso rom e sinti, infatti, è, a tutti gli effetti, il razzismo più antico, tollerato e strutturale dell’intero vecchio continente. La presenza delle comunità rom e sinte in Europa è documentata da oltre seicento anni, e ovunque la risposta della società maggioritaria ha seguito lo stesso identico spartito: un’iniziale curiosità presto trasformatasi in diffidenza, controllo e aperta ostilità.
La nascita dello “zingaro”
È tra il XV e il XVI secolo che in tutta Europa l’apparato giuridico, la letteratura e il senso comune iniziano a cooperare per fabbricare lo stereotipo dello “zingaro” come criminale naturale o soggetto asociale. Mentre in Italia giuristi come il veneziano Giovanni Bonifacio pubblicavano trattati come il Liber de Furtis (1599) per accusare queste popolazioni di furto sistematico, nel resto del continente la situazione era persino più drammatica:
- in diversi territori europei venivano emanati bandi di espulsione di massa e ordinanze che punivano la sola presenza fisica di rom e sinti;
- nei principati di Moldavia e Valacchia (l’odierna Romania), per quasi cinque secoli e fino alla metà dell’Ottocento, la popolazione rom ha subito la schiavitù istituzionalizzata (Tigan Slavery), durante la quale gli esseri umani venivano venduti, scambiati e considerati proprietà di monasteri o boiardi;
- nella celebre Encyclopédie di Diderot e d’Alembert (1751), alla voce “Bohemiens”, si leggeva testualmente che «il loro unico talento è di cantare, ballare e rubare».
Dal Porrajmos alle ferite del dopoguerra europeo
Questo immenso materiale pregiudizievole sedimentato nei secoli ha trovato il suo culmine tragico nella prima metà del Novecento con l’ideologia della superiorità razziale. Se in Italia il regime fascista ha edificato una propria macchina repressiva autonoma, ordinando nel 1940 il rastrellamento e l’internamento sistematico dei rom italiani in veri e propri campi di concentramento (come Bojano, Agnone, Prignano sul Secchia e Tossicia), la Germania nazista ha teorizzato e messo in atto un piano per la distruzione completa del popolo romaní. È il dramma del Porrajmos (o Samudaripen), lo sterminio di rom e sinti per motivi razziali. Le stime parlano di centinaia di migliaia di vite spezzate nei lager del Terzo Reich come Auschwitz-Birkenau, Mauthausen, Buchenwald e Dachau.
Il vero paradosso storico dell’antiziganismo europeo risiede però nella sua continuità nel secondo dopoguerra. A differenza della Shoah ebraica, il genocidio dei rom e dei sinti non è stato riconosciuto al processo di Norimberga e per decenni è rimasto una memoria completamente rimossa dalle istituzioni e dai libri di testo europei. Le teorie pseudo-scientifiche sull’asocialità innata e sull’immutabilità antropologica di queste popolazioni sono migrate intatte dalle dittature alle democrazie repubblicane, camuffandosi dietro politiche assistenziali di controllo, scolarizzazione speciale o separatezza abitativa.
Quando negli anni Novanta e Duemila i conflitti nei Balcani e i profondi mutamenti economici dell’Est Europa hanno spinto migliaia di rom a muoversi verso l’Occidente, la reazione degli Stati membri non è stata quella di accogliere dei profughi o dei cittadini europei, ma quella di riattivare vecchie logiche di confinamento e panico sociale, aprendo la strada a quella segregazione moderna che l’Europa combatte ancora oggi.
L’antiziganismo istituzionale e l’invenzione dei “campi nomadi”
Tra gli anni Settanta e Ottanta, l’antiziganismo in Italia compie un salto di qualità, trasformandosi da pregiudizio diffuso a vera e propria politica abitativa pubblica. Attraverso una serie di circolari ministeriali e leggi regionali, le istituzioni italiane hanno introdotto il concetto fortemente stereotipato di “diritto al nomadismo”. Con il pretesto di tutelare una presunta e innata cultura dell’itineranza, lo Stato ha legittimato la costruzione di aree di sosta isolate e separate dal resto della società. Nasce così il “sistema dei campi”, un’anomalia tutta italiana che, anziché favorire l’inclusione, ha istituzionalizzato la segregazione residenziale su base etnica. Questo modello emergenziale ha toccato il suo culmine più drammatico tra il 2008 e il 2011 con la proclamazione dello “Stato di emergenza nomadi”, un provvedimento che ha legalizzato sgomberi forzati, schedature di massa (anche di minori) e la costruzione di “villaggi attrezzati” recintati e videosorvegliati, prima di essere definitivamente dichiarato illegittimo dal Consiglio di Stato perché discriminatorio.
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Qual è il livello di antiziganismo in Italia? I dati del fenomeno
Ora veniamo all’oggi. In Italia, l’antiziganismo non è un sentimento passeggero, ma un fenomeno sistemico, strutturale e profondamente radicato nella società, spesso descritto dagli esperti come un vero e proprio razzismo socialmente tollerato. I dati statistici descrivono una realtà spietata: secondo i dati dell’Eurobarometro sul gradimento e la non ostilità verso i rom, l’Italia si colloca al penultimo posto in Europa con una percentuale del solo 36%. Di contro, questo significa che ben il 64% degli italiani manifesta un sentimento di aperta ostilità o scarso gradimento verso questa minoranza.
Questo massiccio livello di pregiudizio risulta ancora più paradossale se confrontato con la reale presenza sul territorio: in base alle stime formali del Consiglio d’Europa (COE), la popolazione rom e sinti rappresenta appena lo 0,23% della popolazione totale italiana, una quota nettamente inferiore alla media europea del 1,18% e ben lontana da Paesi come la Bulgaria (9,94%) o la Romania (8,32%).
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Questo clima di avversione sproporzionata viene costantemente alimentato da una forte polarizzazione politica che normalizza l’uso di stereotipi etnici nel dibattito pubblico, a cui si affianca una narrazione mediatica distorta che oscilla tra il folklore e la criminalizzazione collettiva. La frontiera più recente di questo fenomeno si consuma sulle piattaforme digitali, dove gli algoritmi amplificano i discorsi di odio per ragioni di viralità: ne sono un esempio i video clickbait sui social media, in cui giovani donne rom vengono perseguitate e riprese nelle metropolitane da sedicenti “difensori civici”, violando la presunzione di innocenza.
Il risultato è una “cittadinanza imperfetta” che colpisce una popolazione stimata tra le 120mila e le 180mila persone in Italia (di cui circa la metà possiede la cittadinanza italiana e circa 26mila vivono ancora in condizioni di emergenza abitativa o segregazione nei campi). Questa forte discriminazione strutturale costringe le comunità a una perenne condizione di iper-visibilità negativa nel discorso pubblico e a una totale invisibilità delle proprie istanze umane, spingendo molti individui a nascondere la propria identità come unica via di sopravvivenza per evitare il pregiudizio nell’accesso al lavoro, all’istruzione e alla casa.
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Come si contrasta l’antiziganismo? Gli strumenti attuali e cosa manca
Il contrasto all’antiziganismo richiede risposte concrete su due fronti: il rafforzamento delle tutele legali e il superamento delle discriminazioni radicate nelle istituzioni e nei media. Ad oggi, l’analisi della situazione in Italia può essere divisa tra strumenti già attivi e urgenti vuoti da colmare.
Gli strumenti attivi e le tutele attuali:
- la legislazione generale sui crimini d’odio: l’Italia punisce la propaganda, la discriminazione e l’istigazione all’odio etnico, nazionale o religioso attraverso la Legge Mancino (L. 205/1993);
- la tutela della parità di trattamento: il D.Lgs. 215/2003 recepisce le direttive europee contro le discriminazioni per origine etnica o razziale, offrendo una base giuridica per identificare le discriminazioni dirette, indirette e istituzionali;
- il presidio istituzionale: l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) vigila sulle violazioni della parità di trattamento e coordina le politiche di inclusione;
- la pianificazione strategica: la Strategia Nazionale (2021-2030) ha recepito le definizioni internazionali dell’antiziganismo (ECRI e IHRA), ponendo il contrasto a questo specifico razzismo tra i pilastri dell’azione pubblica.
I vuoti normativi da colmare:
- mancanza di un reato specifico: l’antiziganismo non è contemplato nel codice penale italiano come una forma di razzismo a sé stante, privando le vittime di una tutela mirata e storicamente consapevole;
- esclusione dal riconoscimento di minoranza: la Legge 482/1999 sulle minoranze linguistiche storiche esclude rom e sinti a causa del criterio della “territorialità”. Essendo una minoranza diffusa, non godono delle tutele culturali e linguistiche riservate ad altri gruppi;
- la persistenza del razzismo istituzionale: le politiche locali faticano a superare logiche storiche di separatezza e temporaneità (come la gestione dei campi o l’accesso emergenziale alle case popolari), traducendosi in discriminazioni sistemiche;
- l’impunità dell’odio digitale: Manca una regolamentazione efficace contro l’hate speech online e i fenomeni di linciaggio mediatico e digitale sui social network, spesso alimentati dagli algoritmi per ragioni di engagement;
- la carenza di autorappresentazione: C’è ancora una forte resistenza istituzionale e mediatica nel riconoscere a rom e sinti il ruolo di interlocutori diretti e paritari nella stesura delle politiche che li riguardano, lasciando spesso spazio a logiche assistenziali e paternalistiche.
Fonti
- Scrimieri, F. (2025). L’antiziganismo in Italia attraverso la storia del movimento Rom per i diritti civili. European Roma Institute for Arts and Culture (ERIAC).
- Bortone, R., & Pistecchia, A. (a cura di). (2025). L’ultimo pregiudizio. L’antiziganismo tra storia e attualità. Roma: Edizioni Nuova Cultura. Recensione di Milena Santerini in Educazione Interculturale – Teorie, Ricerche, Pratiche, Vol. 23, n. 1, 2025.
- Associazione 21 Luglio. La genesi del Paese dei Campi.
- Turcio, S. (2024). Antiziganismo: i dati dell’ultimo pregiudizio.
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