Campo nomadi Ivrea, inizia il percorso per superare la macroarea di via della Fornace
A Ivrea è iniziato il percorso di superamento della macroarea sinta di via della Fornace, uno degli insediamenti monoetnici più antichi del Piemonte. L’Amministrazione comunale, insieme all’Associazione 21 Luglio, ha avviato un lavoro di ascolto e mappatura che coinvolge famiglie, scuole, servizi e istituzioni per costruire soluzioni abitative dignitose e non segreganti.
Per oltre trent’anni, l’Italia ha gestito la presenza di comunità rom e sinte attraverso un modello abitativo unico nel panorama europeo: i “campi nomadi”. Nati tra gli anni Settanta e Ottanta, e poi consolidati da leggi regionali che intendevano “proteggere la cultura nomade”, questi insediamenti hanno tradotto in politica pubblica un equivoco profondo: l’idea che rom e sinti fossero, per natura, incapaci o non desiderosi di vivere in abitazioni convenzionali. La conseguenza è stata la creazione di spazi segregati e segreganti (baraccopoli, microaree, macroaree, centri di raccolta), progettati e regolamentati su base etnica, spesso collocati ai margini delle città e in deroga agli standard abitativi ordinari. Ancora oggi, nonostante una netta inversione di tendenza, l’Italia rimane l’unico Paese europeo ad aver istituzionalizzato su così larga scala insediamenti monoetnici. Non è un caso che, nel 2010, l’European Roma Rights Centre abbia usato la definizione di Paese dei campi proprio in riferimento all’Italia. Un’anomalia europea che ha inciso profondamente sull’aspettativa di vita, sulla salute, sul lavoro e sull’istruzione di migliaia di persone. I numeri più recenti confermano una situazione in miglioramento, ma su cui c’è ancora molto da lavorare. Circa 11.000 rom e sinti vivono oggi in insediamenti monoetnici formali o informali, cioè appena il 6% della popolazione rom e sinta stimata in Italia. Una minoranza che, però, concentra le forme più estreme di deprivazione abitativa. Proprio per questo, negli ultimi anni, sempre più amministrazioni locali hanno avviato percorsi di superamento strutturale dei campi, sostituendo la logica emergenziale con interventi orientati all’inclusione. Tra questi territori c’è anche Ivrea, dove da tempo è in corso un processo di trasformazione di una delle macroaree storiche della città.
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Storia e presente del campo sinti di Ivrea
Nel territorio del comune piemontese, infatti, insiste la macroarea di Strada Cascina Forneris, uno degli insediamenti monoetnici più antichi della regione. Nata nel 1975 e abitata da una comunità sinta, conta oggi circa 78 residenti. Si tratta di un campo storico, che nel tempo si è strutturato come spazio semi-stabile, con una composizione familiare radicata e dinamiche interne consolidate. Come molte macroaree sorte nel Nord Italia, la sua origine non è legata a un’emergenza improvvisa, ma a una precisa scelta urbanistica e politica: creare aree dedicate esclusivamente ai sinti, dove parcheggiare roulotte o case mobili, in nome di una presunta “cultura del nomadismo” attribuita, come detto, a tutta la comunità. È una logica che ha prodotto segregazione più che inclusione, e che ancora oggi condiziona le possibilità abitative delle famiglie che vi risiedono. Nel corso degli anni, la macroarea di Ivrea è finita più volte al centro dell’attenzione pubblica e istituzionale, sia per criticità legate alle condizioni di vita, sia per interventi di controllo del territorio che hanno contribuito a consolidare uno sguardo polarizzato sull’insediamento e sui suoi abitanti. Allo stesso tempo, la lunga permanenza delle famiglie e la stabilità della composizione etnica evidenziano un dato spesso ignorato nel dibattito pubblico: i sinti presenti nella macroarea sono cittadini italiani, parte integrante del tessuto sociale locale, ma costretti da decenni a vivere in uno spazio definito e regolato sulla base della loro appartenenza etnica.
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Il superamento della macroarea di Ivrea: il progetto del Comune e il supporto dell’Associazione 21 Luglio
Per tutti questi motivi, il percorso di superamento della macroarea di Strada Cascina Forneris – via della Fornace rappresenta oggi uno dei passaggi più significativi nelle politiche locali di inclusione. Il Comune di Ivrea ha infatti scelto di non limitarsi alla logica della chiusura, ma di avviare un processo strutturato che accompagni le famiglie verso soluzioni abitative dignitose e non segreganti. A tal fine, l’amministrazione hainvitato l’Associazione 21 Luglio ad avviare gli interventi propedeutici all’applicazione del modello Ma.Rea., lo strumento che guida le amministrazioni verso un superamento reale, partecipato e sostenibile degli insediamenti monoetnici. Nelle prime settimane di lavoro, è stato attivato un percorso di ascolto e confronto che ha coinvolto tutti gli attori che orbitano intorno alla macroarea: la comunità residente, i dirigenti scolastici, le forze dell’ordine, gli assistenti sociali, le associazioni del territorio, oltre al sindaco e all’assessore alle Politiche Sociali. Questo passaggio è fondamentale e costituisce la base della Fase 1 del modello Ma.Rea.: mappare bisogni, competenze, relazioni, criticità e risorse, per costruire un’azione condivisa e fondata sulla partecipazione dei diretti interessati. Il lavoro avviato a Ivrea è dunque un segnale importante, sia per la città, che sceglie una strada di responsabilità e inclusione, e per le famiglie della macroarea, che possono intravedere un futuro abitativo basato sulla normalità, e non più sull’eccezione etnica.
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