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I rom vanno a scuola? Dispersione scolastica e diritto all’istruzione, fuori e dentro i “campi”

Quanti bambini rom e sinti frequentano la scuola in Italia? E quanti abbandonano gli studi prima di completarli? Rispondere a queste domande è più difficile di quanto si possa pensare, perché mancano dati nazionali aggiornati e quelli disponibili vengono spesso interpretati in modo fuorviante, alimentando stereotipi e pregiudizi. Per comprendere il rapporto tra comunità rom e scuola bisogna allora guardare anche alla storia delle discriminazioni, alle conseguenze della segregazione abitativa e agli ostacoli che ancora oggi compromettono il diritto all’istruzione.

Per parlare di bambini rom e scuola non si può non partire da un dato, che è l’assenza di dati. O meglio, l’assenza di dati aggregati a livello nazionale. Perché invece di percentuali relative a situazioni locali, a singole città, ce ne sono. E non potrebbe essere altrimenti, perché per il Ministero dell’Istruzione e del Merito non è possibile raccogliere dati su base etnica. Può farlo invece per nazionalità e cittadinanza, ma si tratta di distinzioni poco utili per censire i rom, che in larga parte sono cittadini italiani o cmq appartengono a una molteplicità di paesi soprattutto dell’est Europa, e non sono riconducibili a una matrice unitaria.

Come nascono le statistiche sui rom?

“I genitori rom non mandano i figli a scuola”

C’è poi una seconda anomalia da rilevare nel discorso sul rischio della dispersione scolastica nella popolazione rom: i pochi dati che ci sono vengono pure usati male. È facile, infatti, trovare gridate sui titoli dei giornali percentuali a due cifre che dimostrano (anzi, dimostrerebbero) un tasso di scolarizzazione dei bambini e delle bambine rom davvero misero. Pochi, però, specificano correttamente che quei dati non si riferiscono a tutti i minori rom presenti sul territorio italiano ma solo a quelli che vivono in condizioni di disagio abitativo, cioè nei cosiddetti “campi nomadi”, che possono essere aree attrezzate formali o insediamenti informali. Si tratta quindi, di circa 5600 under 18. Per arrivare a questa specifica, però, bisogna spesso leggere molto attentamente tutta la notizia. Il risultato? La maggior parte delle persone introietta un’informazione distorta: i rom non mandano i figli a scuola. Una convinzione a cui ne segue subito un’altra: non li mandano a scuola perché li sfruttano per lavorare, rubare o chiedere l’elemosina. Ed ecco confezionato e rafforzato un bel pregiudizio, che sui social trova ampio spazio (come dimostra lo screenshot che segue, proveniente dalla pagina Facebook dell’Associazione 21 Luglio).

Sempre su questo tema, puoi leggere l’approfondimento dedicato al rapporto ECRI, che indaga le discriminazioni contro rom, sinti e caminanti.

Ma allora quanti sono i rom che vanno a scuola?

Gli ultimi numeri nazionali a cui è possibile far riferimento sono quelli contenuti della Strategia nazionale per l’integrazione di rom sinti e caminanti 2012-2020. Si tratta di cifre ferme al 2012, che fotografano la presenza di oltre 12000 alunni rom, sinti e caminanti nelle classi italiane, di cui 2054 nella scuola dell’infanzia, 6764 nella scuola primaria, 3401 nella scuola secondaria di primo grado, 158 nella secondaria di secondo grado. Quest’ultimo dato era sicuramente il più significativo ed allarmante, perché denotava l’esistenza di una vera e propria barriera che impediva ai ragazzi appartenenti a questi gruppi etnici di completare l’istruzione obbligatoria. Il tasso di abbandono scolastico dopo il primo ciclo, infatti, si attestava oltre il 40%. Interessante anche il dato relativo alla scuola dell’infanzia, di molto inferiore a quello della scuola primaria.

Infine, la Strategia del 2012 rilevava alcune criticità specifiche:

  • irregolarità nella frequenza;
  • abbandoni precoci delle fanciulle e delle ragazze;
  • difficoltà nell’apprendimento dell’italiano e nell’inclusione;
  • non corrispondenza della frequenza e/o dei titoli conseguiti con gli standard di competenze;
  • uso improprio del sostegno come strategia didattica (altissime percentuali di alunni RSC certificati come alunni portatori di handicap, 30-40%).

Tutti questi dati, però, sono scomparsi nell’edizione successiva, ovvero la Strategia nazionale per l’integrazione di rom sinti e caminanti 2021-2030, che invece sottolinea proprio l’impossibilità di avere numeri attendibili su questo fronte.

Rom e scuola: una storia di esclusione

Comunità rom e istituzione scolastica sembrano essere quindi due realtà inconciliabili. Agli occhi dei rom, secondo quanto sostenuto da alcuni antropologi che più si sono occupati del tema in Italia, la scuola non rappresenterebbe un’istituzione neutra, bensì un luogo fortemente etnicizzato, uno spazio estraneo e distante dalla propria cultura e dalle proprie radici. D’altra parte, il rapporto tra le comunità rom e sinte e la scuola italiana è segnato da una lunga storia di discriminazioni, come ricostruito sempre all’interno della menzionata Strategia nazionale.

Nonostante le profonde differenze culturali, sociali e storiche che intercorrono tra le diverse comunità (arrivate in Italia in tempi diversi e da paesi diversi), le politiche scolastiche rivolte a Rom e Sinti sono state a lungo condizionate dallo stereotipo dello “zingaro nomade”, bisognoso di essere rieducato. Un esempio emblematico sono le cosiddette “classi speciali per nomadi”, istituite negli anni Sessanta e definitivamente superate solo negli anni Ottanta. Si trattava di classi differenziali riservate ai bambini rom e sinti, che hanno lasciato in molti di loro ricordi di esclusione, pregiudizio e scarso apprendimento. Diversa è stata l’esperienza di alcune comunità rom di antico insediamento nel Sud Italia, dove i bambini hanno potuto frequentare le classi comuni, costruendo un rapporto meno conflittuale con l’istituzione scolastica.

A incidere negativamente sui percorsi educativi è stata anche la politica dei cosiddetti campi nomadi, che ha contribuito a rafforzare la segregazione abitativa e la stigmatizzazione dei bambini rom e sinti. In alcuni casi, persino famiglie arrivate in Italia con un buon livello di istruzione hanno visto i propri figli raggiungere livelli di scolarizzazione inferiori rispetto alle generazioni precedenti. Negli ultimi decenni, numerosi progetti di inclusione scolastica hanno cercato di superare queste difficoltà, soprattutto attraverso la costruzione di rapporti di fiducia tra scuole, famiglie e comunità. Tuttavia, il pregiudizio continua a rappresentare un ostacolo importante. Molti studenti rom e sinti scelgono di nascondere la propria appartenenza per evitare discriminazioni, rinunciando a esprimere liberamente aspetti della propria identità culturale, dalla lingua alle tradizioni familiari. Una condizione che può provocare disagio psicologico, soprattutto durante l’adolescenza.

Non a caso, come già visto dai dati della Strategia nazionale, la scuola secondaria di primo grado rappresenta una fase particolarmente delicata, nella quale si concentrano molte delle difficoltà identitarie e, secondo le evidenze disponibili, numerosi episodi di abbandono scolastico. Per questo, garantire il diritto all’istruzione dei bambini rom e sinti non significa soltanto favorire l’accesso e la permanenza a scuola, ma anche creare un ambiente in cui ciascuno possa sentirsi accolto senza dover rinunciare alla propria identità. Un principio coerente con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che riconosce nell’istruzione uno strumento fondamentale per lo sviluppo della personalità, il rispetto della dignità e la valorizzazione dell’identità culturale di ogni bambino.

Ecco come si posso superare i campi rom

L’inclusione scolastica dei rom, tra strategie e buoni propositi

Superare le discriminazioni e garantire a bambini e ragazzi rom e sinti le stesse opportunità educative dei loro coetanei è proprio uno degli obiettivi principali della Strategia nazionale, che dedica un intero capitolo al diritto all’istruzione, partendo dalla constatazione che la semplice iscrizione a scuola non è sufficiente a garantire un’effettiva inclusione. Occorre, invece, intervenire sulle condizioni che ostacolano la frequenza, favoriscono l’abbandono scolastico e impediscono agli studenti di vivere positivamente la propria esperienza educativa. Nello specifico, la Strategia individua sette ambiti di intervento.

  1. Avvio di una ricerca di sfondo nazionale sul livello di inclusione di Rom e Sinti nel sistema scolastico. Raccogliere dati, individuare le buone pratiche, identificare gli ostacoli amministrativi e gli episodi di discriminazione, analizzare i materiali didattici.
  2. Indagine campionaria su base territoriale sul livello di dispersione scolastica delle comunità rom e sinte. Realizzare rilevazioni territoriali per comprendere meglio la diffusione dell’abbandono scolastico, in assenza di dati nazionali completi.
  3. Interventi sul rapporto scuola – famiglia. Rafforzare la collaborazione tra istituzioni scolastiche e famiglie, sviluppando percorsi condivisi e non standardizzati. Favorire inoltre l’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia e ridurre il divario digitale.
  4. Interventi di mediazione culturale e linguistica. Favorire il dialogo tra scuola e comunità rom e sinte, valorizzando anche la lingua romanés e coinvolgendo direttamente persone appartenenti alle comunità nelle attività di mediazione.
  5. Interventi sui contenuti didattici. Introdurre nella didattica la storia e la cultura rom e sinta, comprese le persecuzioni subite durante il nazifascismo e il contributo di queste comunità alla cultura europea.
  6. Azioni positive che favoriscano la permanenza nel percorso di istruzione e formazione. Contrastare l’abbandono scolastico attraverso sostegni economici, borse di studio e opportunità che permettano di proseguire gli studi fino all’università.
  7. Formazione dei docenti e del personale scolastico. Promuovere percorsi formativi sulla storia e sulla cultura rom e sinta, sul contrasto all’antiziganismo e sulle metodologie didattiche inclusive. La formazione deve coinvolgere tutta la comunità educativa, non soltanto gli insegnanti che hanno alunni rom e sinti nelle proprie classi.

Sulla carta, tutto condivisibile. È evidente, però, che l’efficacia di questi interventi dipende dalla loro concreta attuazione e dalla capacità di affrontare le cause dell’esclusione scolastica anche al di fuori delle aule. È la richiesta esplicita contenuta nel rapporto Centocampi, dell’Associazione 21 Luglio, che richiama le raccomandazioni formulate dalla società civile dopo il monitoraggio della Strategia nel periodo 2022-2024. Tra le richieste figurano un maggiore coordinamento tra i ministeri dell’Istruzione, della Salute e dell’Interno, interventi capaci di garantire insieme il diritto allo studio e gli altri diritti fondamentali dell’infanzia e strumenti più efficaci per misurare i risultati raggiunti. La sfida, dunque, non è soltanto portare i bambini rom e sinti a scuola, ma rimuovere le condizioni di segregazione, povertà e discriminazione che possono compromettere il loro percorso educativo.

Leggi l’analisi critica della Strategia nazionale e della sua attuazione

Fonti

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