“Campi rom” a Roma, la mappa dell’emarginazione nella capitale
Quanti sono i campi nomadi a Roma? Dove si trovano? Quanti rom e sinti di vivono? I dati raccolti dalla 21 Luglio nel report Bagliori di Speranza consentono di mappare in modo chiaro gli insediamenti monoetnici della capitale, con tutte le loro criticità in termini di rispetto dei diritti umani.
Nessuna città italiana ha avuto con i “campi rom” un rapporto tanto strutturale quanto controverso come Roma. La capitale è stata il laboratorio originario di questo modello abitativo segregante ma anche il territorio che per decenni ha ospitato (e ospita tuttora) le baraccopoli più grandi e popolose del Paese, insieme alla Città Metropolitana di Napoli. A Roma, più che altrove, il campo è diventato spazio fisico e metafora politica: simbolo di marginalità imposta, di emergenze cronicizzate, di promesse elettorali mai mantenute, di razzismo più o meno manifesto. Oggi, mentre il numero degli insediamenti cala e prende forma un piano di superamento, la città si confronta con il lascito materiale e simbolico di una stagione che ha confinato migliaia di persone ai suoi margini.
Genesi ed evoluzione dei campi rom a Roma e nel Lazio
Alla base del sistema dei “campi nomadi” in Italia (e nel Lazio in particolare) c’è un’impostazione culturalista che ha deformato il senso dei flussi migratori rom, trattandoli come scelte culturali anziché come risposte alla povertà o alla guerra. Una visione che, a partire dagli anni ’80, trovò terreno fertile anche nel mondo accademico ed ecclesiale, contribuendo a legittimare un approccio separato e separante. Così, mentre in altri Paesi europei si intraprendevano politiche di integrazione, come il riconoscimento dei rom jugoslavi come minoranza discriminata in Germania o il programma di housing a Madrid con il collocamento in casa di oltre 2.600 famiglie, in Italia si cominciava a legiferare in direzione opposta.
Proprio la Regione Lazio fu la prima, con la legge regionale n.82 del 1985 ancora oggi in vigore, ad istituire i “campi nomadi” per garantire il presunto diritto al nomadismo. Negli anni successivi, seguirono normative analoghe in Sardegna, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Umbria, Piemonte e Toscana. Queste leggi non solo promossero la costruzione dei campi, ma sedimentarono l’idea che esistesse un abitare “altro”, legittimamente separato da quello comune, in base a un’appartenenza etnica. È in questo quadro che si consolidano politiche abitative su base monoetnica, vere e proprie “riserve” che hanno generato dispositivi di segregazione assimilabili all’apartheid.
Negli anni 2000, con l’aumento degli insediamenti informali causato da sgomberi ed espulsioni, l’immagine pubblica delle comunità rom si deteriora ulteriormente. Le baraccopoli diventano sinonimo di degrado e pericolo, finendo al centro di una retorica securitaria culminata nel 2007, quando l’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma innesca una reazione politica senza precedenti. Il governo Berlusconi proclama, nel 2008, lo “Stato di emergenza in relazione agli insediamenti di comunità nomadi” in Campania, Lazio e Lombardia: è la prima volta dal 1938 che la presenza di una popolazione viene definita per legge come una minaccia alla convivenza civile.
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Quanti sono i campi rom a Roma e dove si trovano
Nel 2010 la città di Roma contava 19 insediamenti monoetnici formali, in cui vivevano circa 7.700 persone. Oggi, a distanza di quindici anni, il numero si è drasticamente ridotto: nel 2025 gli abitanti dei campi rom nella Capitale sono stimati in circa 1.700, distribuiti in soli cinque insediamenti ancora attivi. Il dato, che segna un calo del 77%, fotografa un processo di superamento che, pur tra contraddizioni e criticità, ha modificato profondamente la geografia della marginalità abitativa rom a Roma.

L’infografica, tratta dal report Bagliori di Speranza (2025), mostra con chiarezza l’evoluzione di ogni insediamento tra il 2010 e il 2025, tracciando anno per anno lo stato di ciascun campo. Si possono quindi rilevare le seguenti tipologie:
- attivi ma in fase di superamento: Salviati, Candoni, Gordiani, Castel Romano, Salone;
- chiusi: Lombroso (2024), Cesarina (2013), C. River 1 (2017), La Monachina (2021), Baiardo (2012), Foro Italico (2020), Via Salaria (2016), Amarilli (2015), Best House (2015), La Barbuta 1 (2021).
- progetti falliti o interrotti: La Barbuta 2 e C. River 2.
A questo elenco, vanno poi aggiunte:
- due baraccopoli ancora in essere, quella di San Basilio, che ospita 70 persone, e quella di Arco di Travertino, che ne ospita 46;
- due baraccopoli recentemente chiuse, quella di Spellanzon (2022) e quella di Schiavonetti (2019).
A livello demografico, i cinque insediamenti ancora attivi ospitano una popolazione a prevalenza balcanica (circa il 70%), seguita da rom italiani (25%) e, in misura minore, romeni (5%). Oltre la metà dei residenti è costituita da minori, spesso esposti a condizioni di grave deprivazione. Anche dove sono iniziati percorsi di superamento, le difficoltà restano evidenti: gli insediamenti permangono come spazi separati, poveri di servizi, soggetti a logiche emergenziali più che a strategie inclusive. Se il calo delle presenze è indiscutibile, il numero limitato di chiusure definitive e il lento procedere di molti processi di superamento indicano quanto sia ancora lungo e complesso il cammino verso un pieno superamento delle baraccopoli nella Capitale.
Per completezza, poi, è necessario segnalare la presenza su tutto il territorio di Roma di numerosi insediamenti informali, come quelli sorti in prossimità del viadotto della Magliana.
I campi rom non si chiudono ma si superano
Il superamento dei campi rom a Roma
Dopo anni di immobilismo e politiche emergenziali, Roma ha avviato negli ultimi anni un percorso strutturato per il superamento dei campi rom. Il cambiamento è stato formalizzato con la Delibera di Giunta del 7 luglio 2023, che ha approvato il Piano d’Azione Cittadino per il superamento del “Sistema Campi” 2023–2026. Il piano rappresenta una svolta sia sul piano operativo sia su quello culturale, ponendo fine all’idea dei campi come soluzione abitativa permanente e affermando invece il principio dell’inclusione.
Uno degli interventi cardine riguarda la baraccopoli di via Candoni, nel quartiere Magliana. Aperto nel 2000 per accogliere famiglie bosniache, l’insediamento ha raggiunto un picco di circa 800 abitanti. Nel 2023 è stato avviato un piano di superamento affidato a un raggruppamento temporaneo di enti del Terzo Settore. Al momento dell’avvio, Candoni ospitava 132 nuclei familiari (669 persone, di cui 289 minori), per due terzi di origine romena e un terzo balcanica. Il progetto prevede interventi di accompagnamento all’inclusione (1,65 milioni di euro) e soluzioni abitative differenziate (1,5 milioni), finanziate attraverso il programma PN Metro+ 2021–2027. Le azioni sono iniziate nell’aprile 2024, con l’obiettivo di chiudere il campo entro dicembre 2026.
Simile è il percorso avviato nel campo di Castel Romano, situato sulla via Pontina, al confine con Pomezia. Nato nel 2005 per accogliere famiglie sgomberate da altri insediamenti, ha ospitato fino a oltre 1.000 persone. Nel 2024 i residenti erano 439, in prevalenza originari dell’ex Jugoslavia. Il Comune ha lanciato una procedura pubblica per realizzare 34 azioni di accompagnamento e inclusione suddivise in quattro lotti: antiziganismo e salute, documenti, istruzione e lavoro, housing. Il progetto, finanziato con 2,4 milioni di euro da fondi PON Metro 2014–2020, si svilupperà tra marzo 2025 e ottobre 2026.
Anche la baraccopoli di Gordiani, attiva dal 2002 nel Municipio V, è ora inclusa nel piano. Situata in prossimità della metro C, ha ospitato stabilmente circa 200–250 persone di origine serba e bosniaca. Al momento dell’avviso pubblico del 2023 erano presenti 228 persone, di cui 72 minori. Il progetto – del valore di 2,1 milioni di euro – è partito nell’aprile 2024 e si rivolge anche a nuclei già in co-housing provenienti da insediamenti precedentemente superati.
Stesso cronoprogramma anche per il campo di Salone, il più isolato e periferico, situato oltre il Grande Raccordo Anulare. Nato nel 2006 per 600 persone, ha raggiunto le 1.000 unità nel 2010. Oggi ospita circa 350 persone (198 minori). Anche qui è prevista la chiusura entro il 2026, con un piano da 2,1 milioni di euro affidato all’Associazione 21 luglio e ad A Buon Diritto.
Infine, Salviati – il primo campo aperto a Roma nel 1994 – è ora oggetto di un piano di superamento che coinvolge sia “Salviati 1” sia “Salviati 2”, per un totale di 427 persone, in maggioranza bosniache, montenegrine e serbe. Il piano, coordinato dal Consorzio Il Melograno, ha un budget di oltre 2,2 milioni di euro e ha preso il via nell’aprile 2024.
L’avvio simultaneo degli interventi in questi cinque insediamenti (Candoni, Castel Romano, Gordiani, Salone, Salviati) segna un momento cruciale nella storia recente della Capitale. Per la prima volta, il superamento dei campi rom non è affidato a dichiarazioni o ruspe, ma a un piano dettagliato, condiviso e finanziato, con al centro non l’eccezione etnica, ma il diritto all’abitare e l’inclusione sociale.
Leggi gratuitamente l'analisi completa realizzata dall'Associazione 21 Luglio, con tutti i dati sulle condizioni di vita dei rom e sinti in Italia
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