“Campo rom” di via Salviati a Roma: verso la chiusura
Dall’inaugurazione del 1994 alle prime demolizioni del 2026: la parabola di via Salviati segue quella discendente dell’era dei “campi rom” istituzionali a Roma. Questo articolo ripercorre la storia di una baraccopoli passata in trent’anni da soluzione temporanea a ghetto per 400 persone. Sotto la lente i fondi del Piano d’Azione 2023-2026: oltre 2 milioni di euro per trasformare la segregazione in inclusione abitativa e chiudere definitivamente una delle ferite sociali più profonde della Capitale.
Nessuna città italiana ha avuto con i “campi rom” un rapporto tanto strutturale quanto Roma, laboratorio di un modello abitativo segregante che per decenni ha confinato migliaia di persone ai margini. Questo sistema, nato negli anni ’80 da un’impostazione culturalista che ha trasformato la povertà in una questione etnica, ha generato dispositivi di separazione assimilabili all’apartheid. Tuttavia, la geografia della marginalità capitolina sta vivendo una trasformazione profonda: dai 19 insediamenti del 2010 si è passati, nel 2025, a soli cinque campi ancora attivi, con un calo della popolazione residente del 77%. Oggi, attraverso il Piano d’Azione Cittadino 2023-2026, Roma tenta di superare definitivamente questa stagione sostituendo la logica emergenziale con progetti strutturati di inclusione e diritto all’abitare. In questo scenario si colloca la chiusura di via Salviati, il primo campo istituzionale aperto in città, che oggi rappresenta un tassello cruciale per porre fine a oltre trent’anni di isolamento sociale.
La storia e il presente dei campi rom a Roma
Breve storia del “villaggio” di Salviati
Le origini dell’insediamento di via Salviati risalgono al 6 dicembre 1994. Nato sotto l’amministrazione di Francesco Rutelli, viene tristemente ricordato come il primo “campo rom” istituzionale inaugurato a Roma. Quella che doveva essere una risposta temporanea a un’emergenza alloggiativa per 14 famiglie (63 persone in totale), si è trasformata in una realtà strutturale di segregazione spaziale durata oltre trent’anni.
Con il passare del tempo, l’area si è sdoppiata e stratificata:
- Salviati 1 (Municipio IV): nel 2018 contava circa 300 residenti, principalmente di origine bosniaca;
- Salviati 2 (tra il Municipio IV e V): istituito nel 2000 per dare accoglienza alle famiglie coinvolte nello sgombero del Casilino 700. Questa sezione si presenta come una rigida distesa rettangolare di cemento dove vennero collocati circa venti container, destinati a poco più di 100 persone provenienti dalla Serbia.
Quella di Salviati è, di fatto, la cronaca di una “soluzione” emergenziale che ha finito per cristallizzare la marginalità, separando per decenni centinaia di cittadini dal resto del tessuto urbano.
Il campo di via Salviati oggi: una baraccopoli che intrappola 500 persone
Nonostante i decenni trascorsi, via Salviati continua a rappresentare un limbo di esclusione. Al momento dell’ultima analisi dei dati, l’insediamento – diviso nei due lotti di via Salviati 70 e 72 – ospitava 97 nuclei familiari per un totale di 427 persone.
L’aspetto più critico riguarda la massiccia presenza di bambini e adolescenti: sono ben 176 i minorenni che crescono in un contesto di estrema precarietà materiale e isolamento sociale. La composizione demografica riflette la storia delle migrazioni e degli spostamenti forzati nel territorio romano:
- il 79% dei residenti è di origine bosniaca e montenegrina.
- la restante parte proviene dalla Serbia.
Questi numeri non sono semplici statistiche, ma raccontano di una comunità “intrappolata” in un sistema che, invece di favorire l’autonomia, ha prodotto per anni solo marginalità. La struttura del campo stesso, con i suoi confini fisici e simbolici, agisce come una barriera che ostacola il pieno accesso ai diritti fondamentali.
Il superamento di via Salviati: obiettivo dicembre 2026
Il 2023 ha segnato un punto di svolta formale per l’insediamento, con la pubblicazione di un Avviso Pubblico di Roma Capitale per il superamento definitivo della baraccopoli entro dicembre 2026. Questo processo, finanziato dai fondi europei del programma PN Metro+ 2021-2027 e affidato al Consorzio Il Melograno, poggia su una strategia economica bilanciata: oltre 1,1 milioni di euro sono stati destinati a percorsi di accompagnamento e inclusione (focalizzati sul contrasto all’antiziganismo, l’accesso ai documenti, alla scuola e al lavoro), mentre una cifra pressoché identica, circa 1,1 milioni di euro, è stata stanziata specificamente per le misure di housing e la ricerca di soluzioni abitative alternative fuori dal circuito emergenziale.
Con l’avvicinarsi della scadenza del piano, le operazioni hanno subito un’accelerazione. A febbraio 2026
sono iniziate le prime demolizioni materiali: circa 35 moduli abitativi (container) giudicati fatiscenti o
inutilizzati sono stati abbattuti per impedire nuove occupazioni e rendere irreversibile la chiusura.
L’Associazione 21 luglio continuerà a monitorare il processo di superamento sino alla sua conclusione, affinché la triste stagione dei campi rom romani possa veramente volgere al tramonto.
Leggi il report 2026 sulla condizione di rom e sinti in Italia – Cento Campi
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