“Campo rom” di Via di Salone: storia e trasformazione di una delle ultime baraccopoli di Roma
Per anni Roma ha rappresentato il principale laboratorio dei cosiddetti “campi rom”, nati come soluzioni di accoglienza e diventati nel tempo luoghi di marginalità. Il campo di via di Salone ne è un esempio emblematico: dalla nascita come “villaggio della solidarietà” al progressivo svuotamento, fino alle recenti politiche di superamento che segnano un cambio di approccio verso diritti e inclusione.
Roma ha vissuto per decenni un rapporto controverso con i cosiddetti “campi rom”, fungendo da principale laboratorio italiano per un modello abitativo segregante nato negli anni Ottanta, arrivando a ospitare le baraccopoli più grandi e popolose del Paese. Tra queste, l’insediamento di via di Salone 323, situato nel Municipio VI, al di fuori del Grande Raccordo Anulare, rappresenta oggi uno degli ultimi capitoli di questa complessa realtà in fase di superamento.
Le origini del “campo nomadi” di Salone: il Villaggio della Solidarietà
La storia di Salone inizia ufficialmente nel 2006. Nato con l’ambizione di essere un “villaggio della solidarietà”, l’insediamento fu concepito per l’accoglienza iniziale di circa 600 cittadini originari principalmente della Romania e dell’ex Jugoslavia. Tuttavia, quello che doveva essere un progetto di inclusione si è trasformato nel tempo in uno spazio di esclusione e marginalità. Negli anni successivi, la popolazione è cresciuta costantemente, raggiungendo il picco nel 2010 con circa 1.000 unità. In quel periodo, Roma contava ben 19 insediamenti monoetnici formalmente riconosciuti, che ospitavano complessivamente 7.700 residenti.
Il presente: un fenomeno in drastica riduzione
Dal 2010 in poi, però, la baraccopoli di Salone ha vissuto un lento ma costante declino demografico. In particolare, tra il 2010 e il 2013 la popolazione è scesa a 900 unità, per poi subire una contrazione più decisa nel quadriennio successivo, arrivando a 600 persone nel 2017. Questa tendenza è proseguita negli anni successivi, portando il numero degli abitanti a 450 nel 2020 e a 380 alla fine del 2023. Questo svuotamento progressivo ha raccontato, meglio di molte analisi, l’esaurimento naturale di un modello abitativo che non offriva più alcuna prospettiva di futuro.

Negli stessi anni, tutto il panorama dei campi a Roma è profondamente mutato. Grazie a politiche mirate al loro superamento, ad oggi, nella capitale restano solo cinque campi attivi (Salviati, Candoni, Gordiani, Castel Romano e appunto Salone), con una popolazione totale scesa a circa 1.700 persone (che un calo del 77% rispetto a quindici anni fa).
Un documentario racconta il campo di Salone
Il superamento del campo di Salone: verso la chiusura di una storia di cui non andare orgogliosi
La vera svolta è arrivata nell’aprile del 2024, quando Roma Capitale ha avviato un piano d’azione definitivo per il superamento della baraccopoli di Salone. Grazie ai finanziamenti del Programma Nazionale Metro+ 2021-2027, sono stati stanziati oltre due milioni di euro divisi tra interventi di accompagnamento sociale e soluzioni di housing. Questo lavoro, affidato a realtà del Terzo Settore come l’Associazione 21 luglio e l’Associazione A Buon Diritto, si è concentrato sulla regolarizzazione dei documenti, l’accesso all’istruzione e al lavoro, puntando a contrastare l’antiziganismo e a garantire il diritto all’abitare. I risultati di questo sforzo coordinato sono oggi evidenti. Se all’inizio del 2024 il campo ospitava ancora 360 persone, alla fine del 2025 il numero dei residenti è crollato a 162 unità, segnando una riduzione del 55% in meno di due anni. Il percorso verso la chiusura definitiva rappresenta non solo una sfida amministrativa, ma un necessario cambiamento culturale per restituire dignità e cittadinanza a chi per troppo tempo è rimasto invisibile dietro i cancelli di un “villaggio”.
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