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“Via da Salone 323”, il documentario collettivo che squarcia il velo sui campi rom di Roma

“Via da Salone 323” è un documentario collettivo che racconta dall’interno la realtà del campo rom di via di Salone, a Roma, restituendo voce a chi vive una condizione di isolamento e marginalità spesso ridotta a stereotipo. Nato da un percorso di cittadinanza attiva promosso da scout e operatori sociali, il film intreccia testimonianze dirette, riprese in prima persona e sguardi istituzionali per mostrare cosa significa crescere, lavorare e progettare il futuro in un contesto segnato da barriere materiali e culturali. Tra storie individuali e riflessioni più ampie, il documentario solleva una domanda centrale: superare i campi significa davvero superare il pregiudizio?

Nella periferia est della Capitale, oltre il Grande Raccordo Anulare e a pochi passi dalla stazione ferroviaria de La Rustica, esiste una realtà che la narrazione urbana mainstream tende spesso a ignorare o a semplificare attraverso lo stigma: il cosiddetto “campo rom” di via di Salone. È qui che nasce “Via da Salone 323”, un documentario collettivo che non si limita a osservare dall’esterno, ma restituisce voce a chi abita uno degli insediamenti più isolati di Roma. Promosso dal Clan “Il Nomade” del Gruppo Scout AGESCI Roma 8° in collaborazione con l’Associazione 21 luglio e prodotto da Alfa Multimedia, il film rappresenta l’esito di un percorso di cittadinanza attiva durato oltre due anni. La prima del film sarà il 22 maggio alle ore 19.00 presso il Cinema Moderno – The Space Cinema di Roma, in Piazza della Repubblica.

Il linguaggio della verità: dalle riprese osservative ai video-selfie

Il campo di via di Salone 323 è l’emblema di una politica abitativa fallimentare: nato nel 2006 come sistemazione provvisoria per circa 600 persone, si è trasformato in una condizione permanente che nel 2010 ha raggiunto le 1.000 presenze. In questo “ghetto” forzato, la quotidianità è segnata da un isolamento strutturale dove i servizi essenziali distano chilometri, alimentando una segregazione che ostacola l’accesso ai diritti fondamentali. Il documentario racconta proprio questo: cosa significa vivere in un luogo concepito per non durare, dove il desiderio di educazione e lavoro deve scontrarsi ogni giorno con barriere istituzionali e pregiudizi radicati. La forza comunicativa di “Via da Salone 323” risiede nella sua pluralità di sguardi. Il progetto non è frutto di un’osservazione occasionale, ma di uno studio sociologico sul campo arricchito dal confronto con i modelli di gestione rom in Albania, Macedonia del Nord e Romania. Per garantire la massima veridicità, una parte significativa del film è stata girata in stile selfie dagli stessi abitanti del campo. Questa scelta stilistica permette di superare la mediazione esterna, offrendo un ritratto crudo ed essenziale delle contraddizioni e della complessità delle vite rom, lontano dagli stereotipi mediatici. Il racconto si intreccia poi con le prospettive degli operatori sociali, degli scout e di figure istituzionali come l’UNHCR e l’UNAR, creando un mosaico che interroga lo spettatore senza offrire risposte preconfezionate.

Il documentario mette in primo piano i volti di una comunità che resiste ai margini. Tra i protagonisti ci sono:

  • Monica, 34 anni, madre di quattro figli che vive in un container di pochi metri quadrati e combatte con la disoccupazione e l’impossibilità di affidare i bambini per poter cercare lavoro;
  • Stella, appena quindicenne, che dopo aver perso i genitori si prende cura dei tre fratelli più piccoli, vivendo un’adolescenza forzatamente adulta;
  • Valentina, una tredicenne che, pur frequentando la scuola, vive il paradosso di non possedere documenti personali, un’ombra che grava pesantemente sul suo futuro;
  • Milosh, 27 anni, che nonostante l’ottenimento del permesso di soggiorno e un impiego, non riesce a trovare una casa fuori dal campo a causa degli alti costi e del peso costante dello stigma sociale.

Queste testimonianze ricordano che i rom che vivono negli insediamenti rappresentano solo il 6% della comunità rom totale in Italia, eppure la loro realtà domina l’immaginario collettivo come unico parametro di giudizio.

Rom e sinti in Italia

Il “Container 72” e il superamento del sistema campi

L’impegno del Clan “Il Nomade” non si è però esaurito dietro la macchina da presa. Nel marzo 2025, i giovani scout hanno curato la ristrutturazione del Container 72, trasformandolo in un polo di aggregazione educativa per il doposcuola dei bambini del campo. L’intervento, che ha incluso tinteggiatura e rifacimento degli impianti, ha portato a un aumento della partecipazione scolastica e a miglioramenti concreti nei percorsi educativi dei minori coinvolti. Sopra l’ingresso campeggia il monito: “Ogni parola che non impari oggi è un calcio in culo domani”.

L’opera giunge in un momento cruciale: il superamento dell’insediamento di Salone è previsto entro il 2026 attraverso il progetto MA.REA., finanziato con 2,1 milioni di euro e gestito dall’Associazione 21 luglio insieme a “A Buon Diritto”. L’obiettivo è una fuoriuscita graduale verso abitazioni convenzionali senza sgomberi forzati, un passaggio che solleva una domanda fondamentale: la chiusura fisica del campo basterà a cancellare il “campo” come spazio di pregiudizio nel pensiero comune?

Scopri di più sul Modello MA.REA.

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