Matrimoni precoci e spose bambine, un fenomeno diffuso anche nelle comunità rom
Il fenomeno dei matrimoni precoci riguarda milioni di ragazze nel mondo e non risparmia neppure l’Italia, dove interessa soprattutto contesti di marginalità come le comunità rom. Nelle baraccopoli romane, il matrimonio in giovane età si intreccia con pressioni culturali, povertà ed esclusione sociale, segnando profondamente i percorsi di vita delle ragazze. Per affrontare questa realtà, da giugno 2025 partirà un progetto europeo che coinvolge comunità, istituzioni e società civile, con l’obiettivo di contrastare la discriminazione e rafforzare i diritti e l’autonomia delle donne rom.
I matrimoni precoci, cioè quelli che, secondo la definizione dettata dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, coinvolgono persone al di sotto dei 18 anni, restano una delle più diffuse e meno visibili forme di violenza di genere nel mondo. Parlare di child marriage, quindi, significa affrontare una delle forme più radicate di disuguaglianza, dove tradizioni, povertà e pressioni sociali si intrecciano fino a condizionare la vita di bambine e adolescenti. Non è un fenomeno lontano, confinato solo a contesti del Sud del mondo: riguarda anche l’Europa e l’Italia, dove prende forme specifiche e spesso invisibili.
Il fenomeno delle spose bambine nel mondo
Ogni anno, circa 15 milioni di ragazze si sposano prima di raggiungere la maggiore età, 37.000 ogni giorno, una ogni due secondi e mezzo. In totale, oltre 250 milioni di donne hanno contratto matrimonio da adolescenti, spesso contro la propria volontà (i matrimoni precoci sono quasi sempre anche matrimoni forzati). Le aree più colpite sono l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale, con Paesi come Niger e Repubblica Centrafricana, dove oltre due terzi delle donne sono spose bambine o Bangladesh e India, dove la metà delle ragazze ha vissuto la stessa sorte. In Africa, nel complesso, il fenomeno riguarda circa 125 milioni di donne, il 17% del totale mondiale. Pur essendo un fenomeno prevalentemente femminile, i matrimoni precoci possono riguardare anche i ragazzi. In Paesi come la Repubblica Centrafricana, il Madagascar o il Laos, fino a un adolescente su quattro risulta sposato prima dei 18 anni. Le cause all’origine di questi matrimoni tra bambini o adolescenti sono molteplici: la povertà, le disuguaglianze di genere, la mancanza di istruzione e pratiche tradizionali come la dote, che spinge molte famiglie a dare in moglie le figlie il prima possibile, spesso a uomini molto più anziani.
Leggi l’approfondimento sulla presenza di rom e sinti in Italia
I matrimoni precoci in Italia
In Italia non esistono statistiche ufficiali per quantificare con precisione il fenomeno dei matrimoni precoci, ma diversi rapporti segnalano la presenza di casi, seppur rari, soprattutto in contesti di marginalità. Alcuni episodi sono stati documentati nelle baraccopoli attorno a Roma, abitate da comunità rom e sinti, così come all’interno di famiglie di origine straniera, dove pesano tradizioni culturali e pratiche importate dai Paesi d’origine. Secondo una rilevazione dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali, circa il 2% delle ragazze rom tra i 10 e i 15 anni e il 16% tra i 16 e i 17 anni risultano sposate o conviventi, percentuali che, pur minoritarie, segnalano la persistenza del fenomeno.
Dal punto di vista giuridico, la legge italiana fissa a 18 anni l’età minima per contrarre matrimonio, ma prevede una deroga per i minori che abbiano compiuto 16 anni, a cui è permesso di sposarsi previa autorizzazione del tribunale, che deve accertare la maturità psicofisica e la presenza di “gravi motivi”. Come già sottolineato, al tema dei matrimoni precoci è strettamente correlato quello dei matrimoni forzati. Su questo, un report recente ha evidenziato che l’85% delle vittime in Italia è costituito da donne o ragazze e che nel 38% dei casi si tratta di minorenni.
“Non ho l’età”, una ricerca sui matrimoni precoci nelle comunità rom di Roma che vivono nelle baraccopoli
Proprio sul tema dei matrimoni precoci all’interno delle comunità rom che vivono in condizioni di marginalità, l’Associazione 21 Luglio, nel 2017, ha realizzato un report unico nel suo genere. La ricerca ha riguardato 8 differenti realtà abitative nel territorio di Roma, per una popolazione complessiva di 3000 persone. In questo contesto, sono stati registrati 71 matrimoni, per un totale di 142 persone coinvolte. E quasi la metà degli sposi, al momento del matrimonio, aveva meno di 18 anni.
Più nel dettaglio, tra i matrimoni che hanno coinvolto minorenni, il 72% riguarda ragazzi e ragazze tra i 16 e i 17 anni, mentre nel 28% dei casi gli sposi avevano un’età compresa tra i 12 e i 15 anni. Si conferma, poi, un’estrema variabilità del fenomeno a seconda del genere: il 72% delle spose erano ragazze, contro il 22% dei ragazzi. In particolare, una ragazza su tre si è sposata tra i 16 e i 17 anni, e una su quattro addirittura tra i 13 e i 15 anni. Tra i ragazzi, invece, il dato scende al 15% nella fascia 16-17 e al 7% nella fascia 13-15. Un altro dato significativo riguarda la differenza di età tra i coniugi: in media, gli uomini sono più grandi di tre anni rispetto alle mogli. Questa differenza tende ad ampliarsi nei casi in cui la sposa è minorenne, mentre diminuisce progressivamente con l’aumentare dell’età della donna.
L’indagine, però, non si è limitata a mettere in fila i numeri ma ha provato a ricostruire il contesto in cui il fenomeno delle spose bambine si radica, ragionando su cause ed effetti. Ciò che ne è emerso, in primo luogo, è che nelle baraccopoli romane, i matrimoni precoci nascono da un intreccio complesso di valori culturali e condizioni socioeconomiche. Un elemento ricorrente, emerso con forza dalle testimonianze raccolte, è il valore attribuito alla verginità: viene definita dai giovani come “una dote”, “un bene”, “qualcosa che ti fa sentire pulita”. Non si tratta solo di una pressione esterna, ma anche di un valore interiorizzato dalle ragazze stesse, che ne diventano portatrici e custodi. Il matrimonio è considerato il contesto legittimo per la prima esperienza sessuale, lo spazio che permette di evitare stigma e condanne sociali. Per questo, in molte famiglie la preoccupazione di preservare la verginità delle figlie porta a ricorrere a matrimoni combinati o forzati, così da evitare il rischio che le relazioni sentimentali si consumino al di fuori della cornice nuziale. In questo senso, il matrimonio precoce viene percepito come una strategia di protezione e di controllo, tanto che non mancano genitori che preferiscono ritirare i figli da scuola per scongiurare possibili esperienze sessuali prima del matrimonio. La pressione sociale esercitata dal gruppo, quindi, è fortissima: chi si sposa “in tempo” riceve approvazione e prestigio, chi ritarda rischia invece critiche e isolamento. Per molte ragazze, il matrimonio non è solo una questione familiare ma un passaggio identitario: “una volta sposata, mi sono sentita finalmente donna”, racconta una giovane intervistata. Le nozze diventano dunque la soglia di ingresso nell’età adulta, un’occasione per sentirsi riconosciuti e rispettati dalla comunità. Questo spiega anche perché, a volte, siano gli stessi adolescenti a desiderare un’unione precoce, in contrapposizione ai genitori che magari vorrebbero rimandarla: sposarsi è visto come un modo per vivere liberamente i propri sentimenti e la propria sessualità, senza vergogna.
Ma le dinamiche culturali non bastano a spiegare il fenomeno. Il contesto delle baraccopoli è segnato da precarietà abitativa, disoccupazione femminile, assenza di opportunità formative e lavorative. In tali condizioni, il costo-opportunità dell’istruzione appare troppo alto rispetto ai benefici attesi: molti ragazzi vivono la scuola come un’esperienza di frustrazione, incapace di offrire prospettive concrete. È spesso il fallimento scolastico, più che l’interruzione imposta dal matrimonio, a spingere i giovani verso le nozze precoci. Il matrimonio, al contrario, offre un ruolo riconosciuto, una responsabilità, una prospettiva di vita immediata e tangibile. Non sorprende, quindi, che diventare genitori in giovane età venga considerato un valore, persino un obiettivo: la vicinanza generazionale con i figli è percepita come un vantaggio, un modo per “crescere insieme” e non sembrare troppo anziani al loro fianco.
Infine, la dimensione collettiva della vita nei campi gioca un ruolo decisivo. In spazi ristretti e densamente abitati, dove tutto è visibile e commentato, il controllo sociale si fa più pervasivo. Le scelte individuali, dall’abbigliamento alla frequentazione di un ragazzo, diventano oggetto di giudizio della comunità, che può stigmatizzare comportamenti ritenuti in contrasto con le norme condivise. Il matrimonio precoce, in questo senso, non è solo una questione privata ma un fatto pubblico, che consolida le reti sociali e garantisce riconoscimento. Tuttavia, quella che viene vissuta come una forma di protezione e prestigio può tradursi in una condizione di vulnerabilità: la rinuncia all’istruzione, la dipendenza economica, il rischio di violenze e la limitazione della libertà personale restano conseguenze concrete, spesso invisibili, che accompagnano queste unioni.
VOICES, un progetto per opporsi ai matrimoni precoci nelle comunità rom attraverso l’empowerment e il supporto
A quasi 10 anni da quella prima ricerca, l’Associazione 21 Luglio è recentemente tornata a interrogarsi e a lavorare sui matrimoni precoci. A partire dal 1° giugno 2025, infatti, ha preso avvio VOICES, un progetto biennale dedicato al contrasto dei matrimoni precoci nelle comunità rom in Italia e in Romania. In Italia, l’intervento si concentrerà sugli insediamenti di Via di Salone, Gordiani e Candoni a Roma, contesti segnati da forte esclusione sociale e da un’alta incidenza di matrimoni in giovane età. L’obiettivo generale è combattere discriminazione e violenza di genere promuovendo inclusione sociale e autonomia delle donne rom. Il progetto coinvolgerà direttamente 125 donne e ragazze e 45 uomini e ragazzi dei campi rom, ma anche 25 professionisti del settore educativo, sanitario e sociale, 60 rappresentanti istituzionali e 10 organizzazioni locali, oltre a un lavoro di sensibilizzazione rivolto all’opinione pubblica e ai media. L’iniziativa, che si concluderà il 31 maggio 2027, sarà realizzata:
- da Associazione 21 Luglio, responsabile della gestione e delle attività di empowerment nelle comunità;
- dalla SIMM, che curerà il rafforzamento delle capacità e il coordinamento multi-stakeholder;
- da Non c’è Pace Senza Giustizia, impegnata nell’advocacy e nel consolidamento del quadro normativo;
- da Zona, incaricata della campagna di comunicazione globale;
- dal Romajust, che guiderà le attività in Romania.
Gli obiettivi specifici sono quattro:
- aumentare la consapevolezza dei rischi legati ai matrimoni precoci;
- rafforzare il coordinamento tra istituzioni e comunità;
- promuovere politiche di prevenzione;
- sensibilizzare l’opinione pubblica con un approccio non discriminatorio.
In questa prospettiva, i matrimoni precoci vengono affrontati sia come una delle principali cause di abbandono scolastico, povertà e segregazione dei minori, sia come una forma di violenza di genere che colpisce in modo intersezionale donne e ragazze rom, già vittime di antiziganismo e marginalità. La proposta si inserisce nel quadro strategico europeo per l’uguaglianza e l’inclusione dei rom e nella Strategia nazionale 2021-2030, con particolare attenzione all’empowerment femminile, al rafforzamento del dialogo con le istituzioni e alla promozione di narrazioni positive. Al tempo stesso, contribuisce agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, in particolare all’SDG 5 sulla parità di genere, all’SDG 4 sull’educazione inclusiva e all’SDG 10 sulla riduzione delle disuguaglianze.
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